di Giuseppe Gargani*
Il Dubbio, 10 aprile 2021
Il dibattito sulla giustizia e sulla politica è diventato più intenso negli ultimi mesi perché i problemi che il governo e il Parlamento debbono affrontare sono più complessi e interessano maggiormente i cittadini, ma anche perché le dichiarazioni rese dall'ex magistrato Luca Palamara rivelano quello che i magistrati hanno messo in atto per conquistare e gestire un potere anomalo di natura politica.
Prima degli anni 90 queste discussioni interessavano gli addetti ai lavori, ora interessano tutti, ma dobbiamo constatare che lo scontro tra il potere legislativo e il sistema giudiziario si registra sin dai tempi antichi come ci spiega in una lucida e approfondita analisi il professor Ortensio Zecchino in un recente libro "Il perenne conflitto tra i "signori" del diritto".
"La storia del diritto", precisa l'autore, si sviluppa in un "perenne conflitto per conseguire il dominio della società, perché chi controlla il diritto controlla la società", e si presenta come un alternarsi di stagioni di dominio del legislatore, con stagioni di dominio del giudice, o se si vuole come eterno conflitto tra questi due che sono i "signori' del diritto'.
"La 'premodernità giuridica' aveva visto il dominio della giurisprudenza; la modernità giuridica negli ultimi due secoli ha dato lo scettro al legislatore, la 'post modernità' e il ' postumanesimo' riportano in auge il giudice e la giurisprudenza". Ed è per questa ragione che un brillante analista francese Rosanvallon precisa che il secolo XXI dà la prevalenza al giudiziario rispetto ai secoli che l'avevano data prima al Parlamento e poi al governo. La contesa con il potere politico da parte dei giudici è legato alla interpretazione della legge che ha consentito al giudice di essere protagonista, e in un sistema complesso come quello italiano ha determinato una prevalenza del giudiziario e il dominio della giurisprudenza che si sostituisce alle regole del codice.
Naturalmente il giudice del nostro tempo non si limita a questo semplice conflitto ma va oltre fino ad invadere e occupare la sfera politica del potere. Vediamo quale è la differenza tra i tradizionali conflitti e quelli attuali fortemente patologici. La subordinazione della politica al potere giudiziario si è accentuata dagli anni 70 in poi con una legislazione che ha accentuato l'' autonomia' della magistratura anche nella sua organizzazione interna a discapito della indipendenza che è un valore più consistente sul piano costituzionale e prezioso per l'equilibrio dei poteri.
Per fare l'esempio più vistoso, la progressione automatica in Cassazione da parte del magistrato stabilita per legge negli anni 70, che segue quella di eguale contenuto per la Corte d'Appello, ha eliminato la verifica dei meriti e della professionalità perché si è ritenuto che i "meccanismi" per determinarli "intaccavano" l'indipendenza! Si è enfatizzata in tal modo una 'autonomia' come separatezza e irresponsabilità e non si è garantita l'indipendenza.
È stato un intervento esasperato per eliminare qualunque regola e qualunque valore all'ordinamento giudiziario che il Parlamento ha operato a maggioranza con l'opposizione di chi scrive e di pochi altri! Questo intervento insieme a tanti altri, che sarebbe lungo elencare, ha consentito una funzione giudiziaria fuori dalle regole istituzionali non finalizzata a reprimere l'illegalità, ma a far vincere il bene sul male: si è affermato in questo modo il magistrato etico molto pericoloso per l'equilibrio democratico che garantisce la legalità e non reprime come suo esclusivo dovere l'illegalità.
La funzione del magistrato è cambiata profondamente da allora perché la norma contenuta nel codice che attribuisce al pubblico ministero il compito di "ricercare il reato", al di là della notizia criminis, ha consentito di contestare un sistema, un qualunque sistema e quello politico in particolare dove il sospetto è maggiore, per... ricercare al suo interno il reato.
Questo metodo ha caratterizzato il sistema Tangentopoli che si è sviluppato con le "mani pulite" della procura di Milano ma ha orientato tutta la magistratura in questi anni. Non desta meraviglia quindi che Nicola Gratteri procuratore della Repubblica scriva la prefazione ad un libro "Strage di Stato" che tratta di una pandemia inventata e di un complotto internazionale, perché è nella logica del metodo da lui sempre utilizzato: quello di indagare su presunti complotti, come è stato detto o su sospetti. Le sue indagini sul sistema mafioso calabrese, purtroppo molto diffuso e pericoloso, hanno come conseguenza retate consistenti che portano pur sempre a un qualche risultato e alla individuazione di reati e forse anche di rei.
Gli autori del libro negano la letalità del virus e l'utilità dei vaccini e Gratteri individua quindi un "sistema" malato, equivoco, pericoloso una sorte di complotto sul quale bisogna indagare e la sua prefazione è come una iscrizione a ruolo ... per poi scoprire il sistema corrotto e forse il corrotto. Le denunzie e le rivelazioni, che tanti di noi conoscevano, di Palamara sono le conseguenze di tutte le azioni o le omissioni del legislatore e della politica che hanno consentito che un "ordine", così come disciplinato dalla Costituzione, si trasformasse in "potere" autoreferenziale e irresponsabile sul piano esterno. È stato detto con molta acutezza che la magistratura ha operato su un doppio binario: il primo proprio per chi deve far carriera e l'altro per chi deve esercitare e garantire il potere attraverso l'associazione, le correnti, e il Csm che non è solo un organo di autogoverno ma di rappresentanza politica interna ed esterna.
Tutto questo è avvenuto con il disinteresse del legislatore che consapevolmente e al tempo stesso inconsapevolmente ha delegato il magistrato a risolvere questioni difficili da disciplinare sul piano legislativo, e alcune leggi contengono addirittura una delega in bianco come quella che disciplina il "traffico di influenze", un possibile reato privo di una "fattispecie" concreta.
Orbene i magistrati che si occupano solo della personale carriera non hanno bisogno, come dice in maniera stupefacente Eugenio Albamonte, ex presidente dell'Associazione, di essere valutati "con criteri di eccellenza", ma "con lo scopo di garantire uno standard professionale adeguato a tutti i cittadini in relazione a tutti i processi che vengono celebrati. Il cittadino non ha bisogno di pochi giudici eccellenti che trattino le cause più importanti: al contrario necessita di magistrati che arrivino a un livello di adeguatezza. Quello che il nostro sistema prevede è di andare a cercare la caduta di professionalità.
Come non dare ragione a Giovanni Falcone che sosteneva che "la inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il Csm e i consigli giudiziari ha prodotto un livellamento dei magistrati verso il basso. Le parole dell'ex presidente dell'Anm non determinano scandalo perché tutti i magistrati sanno di essere eccellenti perché tutti al 99% sono promossi in Cassazione ed è evidente che il giudizio di merito nella scelta è molto difficile e quindi non può non prevalere l'appartenenza alla corrente!
Orbene le correnti di pensiero sono da valutare sempre positivamente, ma l'appartenenza alla corrente come condizione per far carriera è contro la Costituzione, ed è contro la Costituzione la stessa organizzazione in associazione perché questa determina una "ristretta oligarchia" che gestisce un potere interno ed esterno che inevitabilmente diventa politico e quindi influenzabile da questo o quel partito. Il libro di Palamara è importante per questo assunto, e non per le beghe interne che possono anche allettare di più, perché dimostra come la magistratura non è riuscita soltanto a far prevalere la giurisprudenza sulla legge ma sia di fatto diventata un soggetto politico che mette in crisi l'equilibrio democratico. Il sempre ricordato Montesquieu ha proclamato la distinzione dei poteri per limitare sia il legislativo che il giudiziario e invece essi a turno hanno la prevalenza.











