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di Liana Milella

La Repubblica, 19 marzo 2022

E i dem fanno quadrato su Renoldi a capo del Dap. “Non dobbiamo avere paura di dire che siamo contro il populismo giudiziario” dice la responsabile Giustizia dei dem Rossomando che a Torino organizza una Agorà democratica e lancia lo slogan sulla “prigione a misura di Costituzione”.

“Un carcere rispettoso della Costituzione”. Dice così il segretario del Pd Enrico Letta, e con lui tutti i Dem che fanno quadrato sulla nomina del giudice Carlo Renoldi al vertice del Dap. All’indomani del voto unanime del consiglio dei ministri - compreso quello di M5S che pure dopo ha protestato - la responsabile Giustizia del Pd Anna Rossomando organizza a Torino, dove fa l’avvocato e dove è stata eletta, la prima Agorà democratica dedicata alle carceri. Ce ne saranno altre in giro per l’Italia. Accanto a lei l’ex sottosegretario alla Giustizia, il costituzionalista Andrea Giorgis, e il senatore Franco Mirabelli, entrambi convinti che è tempo di archiviare per sempre le teorie del “marcite in galera”.

E a chi gli ricorda - come fa l’ex magistrato torinese Paolo Borgna - che “il governo Gentiloni ebbe paura di portare avanti il progetto di riforma delle carceri di Glauco Giostra su cui all’ultimo consiglio dei ministri, per timore di reazioni, si fece marcia indietro” - era il 4 marzo del 2018 e le elezioni erano alle porte -, adesso il Pd risponde che questo non succederà più. “Sul carcere c’è il supporto del partito a livello nazionale - garantisce Letta - e quando, nella prossima legislatura, saremo al governo un pochino di più di come lo siamo adesso e saremo in grado di mettere delle priorità chiare, quella del carcere sarà una di quelle”.

Per adesso il Pd saluta la nomina di Renoldi come di una buona mossa. Di cui Mirabelli, vice capogruppo al Senato, parla come di un segnale per chiudere con frasi come “buttare la chiave”. “Il suo è un incarico complicato, ma Renoldi ha la nostra fiducia, e la sua attenzione ai principi costituzionali gli permetterà di governare il Dap”. È quello che sostiene anche Walter Verini quando parla di una nomina che contribuirà a realizzare una politica “per garantire la sicurezza dentro le carceri e, insieme, rafforzare nella gestione penitenziaria i principi della Costituzione, tesi a una pena non solo afflittiva, ma in grado di garantire trattamenti umani per recuperare chi ha sbagliato, e reinserirlo nella società”.

All’Agorà democratica del Pd si succedono le voci di chi conosce e vive nelle carceri, dal Garante nazionale dei detenuti Mauro Palma, al Garante del Lazio Stefano Anastasia, al presidente di Antigone Patrizio Gonnella, a Ornella Favero di Ristretti orizzonti, a Lucia Castellano, l’ex direttrice di Bollate, divenuta direttrice generale dell’esecuzione penale esterna di via Arenula, nominata anche dalla Guardasigilli Marta Cartabia provveditrice reggente della Campania. E proprio Castellano parla di quelle “69.785 persone che scontano la pena in esecuzione penale esterna” e della riforma penale di Cartabia che mette in pratica la via delle pene alternative e della giustizia riparativa, di cui la stessa Cartabia, ancora una volta, ha parlato ieri a Brescia.

Dunque non è il carcere del M5S quello che ieri ha raccontato a Torino il Pd facendo parlare tutti coloro che sono contrari alla politica del “buttare la chiave”. Rossomando su questo è nettissima: “Per noi l’espiazione della pena non è solo il carcere. Vogliamo uscire da un’impostazione che lo considera come il luogo della rimozione e della segregazione. E dobbiamo sconfiggere quest’idea populista attraverso interventi che, da un lato, non considerino il carcere come l’unica risposta, e dall’altro con politiche che incidano sul lavoro, sulla formazione e sulla salute. Vogliamo essere concreti perché la politica esiste per trovare soluzioni ai problemi”.

La sfida del Pd è quella di riaprire la partita della riforma dell’ordinamento penitenziario “con una cultura delle garanzie vera e non a corrente alternata, come talvolta ci capita di vedere”. Ma ci sono gli uomini per farlo? Il Garante dei detenuti di Firenze Eros Cruccolini fa notare che “in via Arenula manca adesso un sottosegretario che si occupi di carceri”. Poco prima lo ha detto Giorgis, che nei due governi Conte, con Alfonso Bonafede Guardasigilli, aveva proprio questo ruolo. E come ha ripetuto anche ieri, “girando le carceri una per una ho scoperto un mondo”. Che adesso gli fa dire: “Un carcere fedele all’articolo 27 della Costituzione non solo è più umano, ma garantisce tutta la società”. E ancora: “Il carcere è una realtà complessa, difficile, chiusa, che tuttavia non possiamo considerare separata ed estranea alle nostre comunità, soprattutto se vogliamo rendere la pena davvero rieducativa e tutelare così la sicurezza di tutti i cittadini. Dare piena ed effettiva attuazione alla finalità rieducativa della pena riduce la recidiva e si traduce in beneficio per l’intera collettività”.

Giorgis parla anche della pandemia, e di quello che i detenuti hanno patito in carcere. E Mirabelli rilancia una proposta per cui si è battuto fortemente durante la conversione dei decreti Covid nel 2020, e cioè “aumentare lo sconto di pena da 45 a 75 giorni ogni sei mesi per riconoscere la fatica fatta dai detenuti”. Perché anche Mirabelli, come gli altri del Pd, è convinto che “il carcere del buttare la chiave” fa solo il gioco della criminalità.

Perché proprio il carcere, come documenta con tanto di numeri chi ci passa le giornate dentro, non è solo il mondo dei boss e della mafia. Ecco l’analisi di Mauro Palma, il Garante nazionale delle persone private della libertà: “Ad oggi ci sono 1.246 detenuti che scontano un residuo di penna inferiore a un anno, e questo ci consegna l’immagine di come al carcere venga assegnato un compito che non può affrontare da solo”. Ma non basta, ecco un altro dato su cui riflettere: “Sempre a oggi ci sono nelle carceri 9.608 detenuti in alta sicurezza e 741 al 41bis su una popolazione di 54.685 persone”. Palma consiglia la politica si “spostare l’attenzione su questa maggioranza di 40mila persone destinate a rientrare nella società”. Con una frase a effetto Palma dice che “ogni persona detenuta ha diritto a un tempo che non sia vuoto, perché altrimenti alla privazione della libertà si aggiunge un ulteriore elemento aggravante. E tutti dobbiamo chiederci se, dopo due anni di chiusura per via del Covid, quella penalità non possa essere sanata”. Per esempio con la liberazione anticipata di cui parla Mirabelli.

Bisogna ascoltare chi vive nel mondo degli istituti di pena come scelta di vita. Come Favero di Ristretti orizzonti quando dice che “il carcere cattivo non serve a niente” e racconta di aver ricevuto la lettera di un detenuto che le scrive così: “Sono diventato un fascicolo vivente”. “Il carcere peggiora le persone e toglie loro umanità” dice Favero, e chiede anche lei la “liberazione speciale dopo due anni di Covid”.

Per dirla con Gonnella di Antigone “il linguaggio della politica deve tornare a Beccaria, dipinto come un mostro da cui allontanarsi. E la pena dev’essere rispettosa della dignità umana”. E la polizia penitenziaria sotto accusa dopo i fatti di Santa Maria Capua Vetere? “Non è quella russa o brasiliana - dice Gonnella - e non va militarizzata come se dovesse andare al fronte, usando il taser nelle carceri”.

Le voci che chiedono un carcere proprio come quello che il nuovo capo del Dap Renoldi ha raccontato nei suoi interventi - il carcere secondo Costituzione - si susseguono. Citiamo le parole di Stefano Anastasia, il Garante dei detenuti del Lazio: “Il Pd dovrebbe prendere sul serio le due frasi sul carcere che Sergio Mattarella ha pronunciato nel suo discorso di reinsediamento quando ha detto che la dignità di un Paese si misura su istituti di pena che non siano affollati e che garantiscano il reinserimento dei detenuti, perché questa è anche una garanzia per la sicurezza del Paese”. Un carcere che, secondo Anastasia, “non dovrebbe andare oltre le 20-30mila persone, perché la marginalità sociale, come diceva Alessandro Margara (l’ex capo delle carceri che le chiedeva dal volto umano, ndr.), deve stare fuori. E quindi non bisogna costruire nuove carceri, ma lavorare sul territorio per assorbire quella marginalità”.