sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Ermanno Paccagnini

Corriere della Sera, 16 marzo 2025

Chiude il suo viaggio negli “anni di piombo”: dopo la vicenda del cugino brigatista, affronta quella del ragazzo di destra massacrato da un commando di Avanguardia operaia. Una lettura letteraria e una lettura storica. Con “Uccidere un fascista” Giuseppe Culicchia viene a chiudere il cerchio della sua rivisitazione degli anni Settanta, “anni di piombo”, dopo Il tempo di vivere con te (2021) e La bambina che non doveva piangere (2023), tutti Mondadori. Una rivisitazione attraverso tre figure: il cugino Walter Alasia nel primo e la madre di lui, Ada Tibaldi, nel secondo. E ora, a specchio con il primo, storia di due ragazzi “di ieri” uccisi “nel pieno della giovinezza”, il terzo pannello del trittico: “Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio”.

Uno sguardo che, se ha come scenario la “stagione dell’odio”, va però anche oltre i confini, partendo dalla “guerra civile” che “non è finita mai. Perché ha saputo piantare i semi dell’odio” che, passando “di generazione in generazione”, ha lasciato per terra “nel mezzo, tante, troppe vite spezzate”, come appunto queste due.

Una rivisitazione che Culicchia conduce attraverso un duplice strumento. Stilistico: ovvero in forma di lettera a Sergio. E strutturale: con un procedere “a fisarmonica” nella narrazione (con i luoghi dei fatti che si raccontano), che può ben essere sottolineato da quei: “Fammi allora tornare per un momento all’origine di tutto, Sergio, prima di raccontare i tuoi ultimi giorni di vita e quel che accadde dopo”; “Sergio, credo valga la pena rendere un’idea del clima che si respirava a Milano in quegli anni”; “Tu perdonami ancora, Sergio, se ci sto mettendo tanto ad arrivare al racconto del ragazzo che eri e che sarai per sempre, al modo in cui sei stato ucciso e a come il tuo ricordo sia ancora motivo di disturbo per tanti, troppi”.

Un procedere ricostruttivo da raccontatore di “storie”: non solo delle vicende di Sergio, ma anche dei vari contesti politici, ideologici, organizzativi, di omertà, sino a certo fariseismo dell’informazione e soprattutto a “una latitanza di coscienze” (così Gaspare Barbiellini Amidei sul “Corriere” del 21 settembre 1985), nel mentre vengono dipanandosi preparativi dell’agguato, stillicidio di Sergio, omicidio, indagini, processo, sino all’oggi dei colpevoli, tra i quali “c’è chi ha fatto carriera sino a ricoprire prestigiosi incarichi ospedalieri”.

Tutto con rigoroso ricorso alle fonti (e corpose note a fine volume); con tanto di avviso: “Non è opera di fantasia, se non per alcuni dialoghi e passaggi che l’autore è stato costretto a ricostruire ricorrendo alla sua immaginazione poiché non era presente al momento dei fatti”; e di reattiva motivazione: “Noi siamo un Paese senza memoria. Il che equivale a dire senza storia” di Pier Paolo Pasolini.

Una narrazione che, pur nel ricordato andamento a fisarmonica, non ti molla (tanto più se in quegli anni c’eri), nel suo procedere anche riflessivo e interrogativo: su ciò che ha rappresentato e rappresenta quel “fatto” in sé e in parallelo con quanto accaduto, su sponda opposta, al coetaneo Walter Alasia: ad accomunare i quali (e non solo loro) “non c’erano in realtà solo la fede calcistica, la moda dei blue jeans e dei capelli lunghi, l’ammirazione per gli indiani d’America” ma “istanze di giustizia sociale, innanzitutto”, e l’anelito “a un mondo diverso”: sia pur perseguito in modi differenti, dato che “al contrario di Walter, però, Sergio non aveva commesso alcun atto violento”.

Un Sergio ucciso per le sole sue idee: per aver scritto un tema, “contro le Brigate rosse” che alcuni mesi prima avevano assassinato due militanti del Msi. Vittima del metodo standard di Avanguardia operaia: “Nel momento in cui si era certi che il “fascio” di turno si sarebbe trovato per strada da solo, la squadra incaricata lo circondava per poi colpirlo sul capo con chiavi inglesi Hazet 36, fino a farlo cadere a terra privo di conoscenza. Quei colpi avevano un che di simbolico. Era come se si volesse estirpare un pensiero non conforme. A chi ha idee diverse dalle nostre, noi gli sfondiamo il cranio”. E cercando “di raccontare ogni cosa con onestà, guardando alle persone e ai fatti per quello che erano o che sono, senza indossare le lenti oscurate dell’ideologia”: che mi pare intento conseguito anche narrativamente (con il solo appunto d’un fastidioso refuso).

La figura di Sergio Ramelli, giovane militante del Msi assassinato cinquant’anni fa a Milano nella primavera del 1975, è doppiamente prigioniera di chi lo ha trasformato in un simbolo sulla base dei propri pregiudizi faziosi. Lo spiega molto bene Giuseppe Culicchia nel libro Uccidere un fascista (Mondadori). Per gli estremisti neri Ramelli è uno dei loro: un martire neofascista da onorare ogni anno, con grande sfoggio di saluti romani, nel luogo in cui fu aggredito. Scompare la realtà di un ragazzo che certo era iscritto al Fronte della Gioventù missino, ma non risulta abbia mai dato prova di fanatismo. Sergio vivo, per coloro che oggi lo celebrano, sarebbe stato probabilmente un avversario da criticare, sia pure all’interno della stessa area politica, in quanto rappresentante di un’ala legalitaria e opportunista.

C’è però un’altra faccia della medaglia. Il tentativo reiterato di screditare la memoria di Ramelli onde trovare un barlume di giustificazione a un crimine che, per le modalità efferate e vili dell’agguato compiuto da diversi aggressori muniti di pesanti chiavi inglesi contro un giovane disarmato, suscita un’istintiva repulsione a prescindere da qualsiasi considerazione ideologica.

Capita così che sia stata dolosamente proiettata su Ramelli l’ombra della violenza neofascista, che certo negli anni Settanta era una realtà diffusa, ma che con lui non aveva nulla a che fare. Le prepotenze e le angherie semmai il giovane missino le aveva subite, come racconta Culicchia, tanto da doversi ritirare dall’istituto tecnico che frequentava, dove era già stato oggetto di aggressioni per le sue idee da parte degli studenti di estrema sinistra. Peraltro la persecuzione della famiglia, con minacce, telefonate anonime, scritte sui muri, proseguì imperterrita anche dopo la sua morte.

Eppure può capitare di sentir dire (chi scrive lo ha ascoltato con le sue orecchie anni fa), da parte degli attuali frequentatori dei centri sociali, che Ramelli “di mestiere faceva il picchiatore fascista”, quando semmai i picchiatori - non di mestiere, ma comunque brutali - erano i militanti del servizio d’ordine di Avanguardia operaia che lo ridussero in fin di vita (morì dopo un mese e mezzo di straziante agonia) e che vennero condannati anni dopo dalla magistratura milanese, tra le proteste di chi ancora solidarizzava con loro in nome di una concezione distorta dell’antifascismo.

Il nodo, difficile da accettare per la sinistra più settaria, è che l’antifascismo di per sé, in quanto atteggiamento negativo, non è affatto sinonimo di piena adesione ai valori costituzionali. Può esistere un antifascismo intollerante e violento, capace di azioni squadriste simili a quelle delle camicie nere: non erano forse antifasciste le Brigate rosse?

Spesse volte in realtà dietro il richiamo verbale all’antifascismo si cela un oltranzismo di sinistra propenso a bollare come “fascisti” tutti coloro che la pensano in modo diverso. Così diventa solo un modo per legittimare posizioni estreme. Del resto un meccanismo simile, nella storia dell’Italia repubblicana, è stato attivato anche a destra, allorché i neofascisti si autodefinivano “anticomunisti” per stendere una patina di presentabilità sulle loro pulsioni autoritarie e nostalgiche.

Culicchia già ha dedicato un libro al giovane brigatista Walter Alasia, ucciso nel 1976 in uno scontro a fuoco in cui morirono anche due poliziotti. E questo suo lavoro contribuisce altrettanto a una ricostruzione onesta della violenza dilagante negli anni Settanta. Lascia tuttavia perplessi la sua tendenza ad accreditare la tesi dietrologica per cui il terrorismo italiano fu il prodotto di ingerenze straniere volte a stabilizzare l’assetto fondato sull’egemonia della Dc. A parte la mancanza di prove convincenti, nel nostro Paese purtroppo la violenza politica ha una storia più che secolare (lo ricorda lo stesso Culicchia) e la polarizzazione ideologica degli anni Settanta era un terreno assai fertile per farla esplodere, senza bisogno di alcun “grande complotto”, anche se certamente trame eversive ce ne furono, alcune con la complicità di pezzi dello Stato.