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di Andreina Corso

lavocedivenezia.it, 27 ottobre 2022

Cara Ilaria, come vorrei che queste mie parole arrivassero a te, a essere lette dai tuoi occhi buoni. Come vorrei, adesso che la tua mamma ha trovato riposo nella morte, tu sapessi di tante persone, di un mondo che vi è stato vicino, di battiti di cuore che hanno pulsato con il tuo. Si tratta di persone indignate, che hanno sofferto con voi e che hanno pianto nell’ascolto dei fatti e delle vostre testimonianze disperate.

Fra quelle persone ci sono anch’io, che di anni ne ho settantacinque e che a letto, di sera, ascoltando Radio Radicale, ho seguito tutti i processi, che non mi sono persa una parola delle menzogne che pretendevano di sostituirsi alla verità. E in cuor mio vi stavo seduta accanto, mentre si svolgeva il racconto di miserabili bugie e astuzie per raggirare il corso degli eventi. E vi vedevo proprio, seduti nell’aula processuale, a soffrire, a gemere dalla rabbia. Mi dicevo, chissà se lo sanno Ilaria e i suoi, ch esiste un orizzonte ‘altro’ dove l’animo umano si ribella alle ingiustizie, anche quando troppe realtà sembrano zittirti, come potrebbe zittirti un dittatore, uno spargitore di prepotenza e odio.

Addosso, vi hanno sparato in tanti, giornalisti e politici con le parole che non ripeto, proprio a te, che le conosci bene. E non ti voglio ferire a mia volta. Tua madre, il suo mettere la biancheria dentro una borsa per poi iniziare il suo pellegrinaggio verso l’ospedale insieme a tuo padre, o con te, sperando di poter vedere il figlio, di avere notizie sulla sua salute.  Ancora negazioni, bugie, pesci in faccia che scarnificano il cuore e ti fanno tornare a casa, a fatica: già si capiva che da quell’ospedale Stefano non sarebbe uscito vivo.

La tua mamma è morta, ma ha fatto in tempo a conoscere la sentenza della Corte di Cassazione che ha condannato per omicidio preterintenzionale i carabinieri responsabili di quei fatti atroci.

M’interrogo sul silenzio della cosiddetta società civile.

Quando ti penso, so che non ti dispiacerà sentirmi dire che in te riconosco Antigone, nella sua ricerca di giustizia per dare degna sepoltura al fratello Polinice, che Creonte, re di Tebe voleva fosse lasciato in pasto ad avvoltoi e cani. Così, come lei ha sorretto il padre cieco Edipo, nel suo lungo vagare impervio, tu sei stata accanto ai tuoi genitori, ai tuoi figli, hai lottato, sostenuta da quell’avvocato che ha difeso appassionatamente, Stefano.

Così, cara Ilaria, sorella di Antigone hai dato un contributo di civiltà enorme, generoso, nobile in questo difficile Paese, dove insieme a numerose persone attente, responsabili e sensibili, vi sono gli ignavi, gli indifferenti, purtroppo. E poi ci sono gli invisibili come me, che ascoltando la radio di sera, rabbrividendo di rabbia per alcune, troppe testimonianze indecenti e false, si sono sentiti partecipi a tutto tondo del dolore tuo e della tua famiglia. Te lo scrivo oggi che tua madre vi ha lasciato tenendovi però ben stretti a lei, perché ti, vi arrivi l’abbraccio di quegli invisibili che vi sono sempre stati accanto. Mi rimane l’immagine del gesto di tua madre nel riporre in una borsa gli indumenti per suo figlio. E m’invade quella commozione infinita e grata che mi ha spinto a scriverti.