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di Ornella Favero

 

Ristretti Orizzonti, 11 maggio 2020

 

Cari lettori e amici di Ristretti Orizzonti, vorrei aggiornarvi sulla situazione del nostro giornale e delle nostre attività.

Ristretti Orizzonti, rivista cartacea: Noi volontari non possiamo entrare in carcere, ed è per questo che siamo così in ritardo con la pubblicazione della rivista. Ora il primo numero, fatto comunicando con i redattori-detenuti e raccogliendo materiali via mail, è pronto, anche se in forte ritardo, ma per fortuna sono quasi pronti altri due numeri, quindi contiamo di recuperare in fretta questo ritardo.

Giornata di Studi nazionale, che doveva essere il 15 maggio. Se pensiamo al lavoro fatto in questi anni in redazione, ai percorsi che hanno coinvolto anche tante persone detenute dell'Alta Sicurezza, alla speranza che era nata dopo la sentenza della Corte Costituzionale, e guardiamo quello che sta succedendo in questi giorni, le rivolte e la disperazione, le campagne forsennate contro le scarcerazioni per motivi di salute dei "boss mafiosi", ci pare che il virus stia riportando il dibattito, la lotta politica, l'informazione a trent'anni fa.

Il programma della Giornata di studi era già pronto a febbraio, avevamo già contattato i relatori e scelto un tema, che oggi sarebbe più che mai attuale: la Giustizia e le parole. Il primo capitolo doveva riguardare la necessità di "Rieducare una collettività satura di notizie, ma povera di conoscenza".

In due mesi il mondo si è capovolto, e quella "povertà di conoscenza" della società sulle pene e sul carcere è diventata una vera catastrofe dell'informazione, ma noi vogliamo sperare che questa Giornata di Studi, diventata ancora più necessaria, si farà, speriamo entro la fine dell'anno, e ve ne proponiamo il programma in tutta la sua originalità e capacità innovativa.


 

Giornata Nazionale di Studi

Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti

Venerdì 15 maggio 2020, ore 9 - 17, Casa di Reclusione di Padova

 

La Giustizia di cui vorremmo parlare è quella che ha di recente descritto la presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, "una giustizia davvero rinnovata che guarda al futuro piuttosto che pietrificarsi su fatti passati che pure sono incancellabili. È una giustizia volta a riconoscere, riparare, ricostruire, ristabilire, riconciliare, restaurare, ricominciare, ricomporre il tessuto sociale", una giustizia caratterizzata, appunto, "dal prefisso 'ri-' che guarda in avanti e allude alla possibilità di una rinascita: senza cancellare nulla, anzi ricordando tutto, apre una prospettiva nuova per la singola esistenza individuale e per l'intera comunità".

Al magistrato allora spetta una missione fondamentale: saper ascoltare e, al contempo, farsi capire. "Compito del giudice è rendere ragione di ciò che ha deciso: farsi comprendere, convincere, persuadere. Giustizia e parola non possono andare disgiunte: né nell'azione dei soggetti processuali, né tanto meno in quella del giudice, chiamato a motivare, a rendere ragione della decisione presa".

Per ora però, la strada verso questa idea di Giustizia è lunga e lastricata di ostacoli, e tante sono le responsabilità, anche di chi, per dirla con Fabrizio De André, "si crede assolto".

 

"Rieducare" una collettività satura di notizie, ma povera di conoscenza

 

Per Glauco Giostra, grande esperto di comunicazione in ambito giudiziario, "Limitarsi a disinfettare il vocabolario sociale, eliminando le parole culturalmente inquinanti, non basta. Pur dopo questa bonifica, rimarrebbero messaggi e slogan in grado di corrodere presso l'opinione pubblica la fiducia in alcune scelte di civiltà e di preparare il terreno per opzioni regressive".

Forse allora anche il giornalismo giudiziario ha bisogno di un percorso rieducativo che gli ridia credibilità e autorevolezza.

- Glauco Giostra, Professore ordinario di diritto processuale penale, Università di Roma Sapienza

 

Quel "giudichese", fatto di taglia e incolla, che fa male alla Giustizia


Dice la magistrata Stefania Di Tomassi: "Noi magistrati scriviamo in giudichese e spesso parliamo con un linguaggio molto pomposo. Io dico che è perché facciamo taglia e incolla, questo tipo di cose. Però oggi dobbiamo cambiare linguaggio".

Se infatti parliamo di Giustizia parliamo spesso di testi complicati, uso fastidioso del latino, frasi lunghissime, parole che danno l'impressione di essere usate per stabilire una distanza, un dislivello, una superiorità tra chi amministra la Giustizia e chi la Giustizia in un certo modo la subisce. Michele Cortelazzo, linguista e grande studioso del "giudichese", afferma infatti che "scrivere bene non vuole dire scrivere tanto e complicato", e si chiede se un certo tipo di linguaggio non sia in certi casi l'esercizio di una forma di potere, o ancora un "vizio" dettato dalla consuetudine e da certe cattive abitudini che si sono consolidate nell'ambito della giustizia.

- Maria Stefania Di Tomassi, magistrata, presidente della prima sezione penale della Corte di Cassazione

- Michele Cortelazzo, Professore ordinario di Linguistica italiana nel Dipartimento di Studi linguistici e letterari dell'Università di Padova. Il nucleo fondamentale delle sue ricerche riguarda l′italiano contemporaneo e le lingue speciali (linguaggio medico, scientifico, giuridico).


Schiacciati dal gigantismo scrittorio-giudiziario

 

Giovanni Fiandaca insegna diritto penale a Palermo e i processi di mafia li conosce e li studia da anni. E solleva il problema di una Giustizia che schiaccia con il peso di montagne di parole: "Di questo gigantismo scrittorio-giudiziario, di questa elefantiasi motivazionale rinveniamo esemplificazioni emblematiche, in particolare, nell'ambito dei grandi processi di criminalità politico-terroristica o di criminalità mafiosa".

- Giovanni Fiandaca è professore ordinario di diritto penale nell'Università di Palermo e Garante dei diritti dei detenuti della Regione Sicilia

 

Avvocato o mediatore linguistico?

 

Qualcuno sostiene che la funzione dell'avvocato è di fare il mediatore linguistico dei suoi clienti, come se non si potesse invece chiedere a giudici e avvocati di usare tutti un linguaggio più vicino alla lingua comune. Dice Guido Guerrieri, grande avvocato creato dalla fantasia di Gianrico Carofiglio, magistrato e scrittore: "Se in un'arringa o una requisitoria parli in italiano corretto, non ti riconoscono come uno del mestiere. Sei uno cui non dare credito". E se invece di dare credito a quelli che parlano per non farsi capire li si denunciasse per il reato di "oltraggio alla lingua italiana"?

- Gianpaolo Catanzariti, avvocato, Responsabile nazionale dell'Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane

 

La parola "sofferenza", quella "degli innocenti" e quella "dei colpevoli"

 

Nel suo libro "La mattina dopo" Mario Calabresi spiega che cos'è quella mattina che tante vittime conoscono, "quel risveglio che per un istante è normale, ma subito dopo viene aggredito dal dolore". Ma si può distinguere fra sofferenza "degli innocenti" e sofferenza "dei colpevoli"? In carcere spesso ci si finisce da colpevoli, e ci si risveglia la mattina dopo da vittime, e questo non aiuta ad assumersi le proprie responsabilità. Sul valore, il significato, la durata della sofferenza si misureranno Chiara, che nella vita di "mattine dopo" drammatiche, fatte di malattie e dolore, ma anche della forza di rialzarsi, ne ha vissute tante, e le persone detenute della redazione.

- A condurre un dialogo su parole come innocenza e responsabilità Matteo Caccia, che raccoglie scrive e racconta storie alla Radio e dal vivo, per iscritto e a voce. Lo ha fatto tra l'altro a Radio2 con Pascal, ora su Radio24 con la trasmissione Linee d'ombra.

 

La parola "paura" nella relazione tra istituzioni, cittadini, informazione

 

Roberto Cornelli è un criminologo che si occupa in particolare di populismo penale, la "politica della paura" con cui si alimentano i timori più irrazionali, spesso occultando le statistiche che documentano un calo della criminalità, al solo fine di ottenere il consenso della popolazione: "Come primo passo, visto che le persone dicono di aver paura di molte cose e non solo di terrorismo e criminalità, dobbiamo chiederci se siamo in grado di dare più spazio pubblico a quelle paure sociali che consentono di ritrovarsi uniti nella condizione di vulnerabilità umana e d'immaginare nuovi equilibri tra libertà e sicurezza all'insegna dell'inclusione nella sfera dei diritti di sempre più persone".

- Roberto Cornelli è Professore Associato presso l'Università di Milano-Bicocca dove attualmente insegna Diritto Penale e Criminologia e Sicurezza Urbana. È mediatore e svolge attività formative sui temi della giustizia riparativa e della gestione dei conflitti.

 

Le parole nuove per dire no alla criminalità organizzata

 

A credere nell'importanza di un cambiamento degli ex appartenenti alla criminalità organizzata, che non passa necessariamente per la collaborazione, a volte sono "insospettabili" come Stefano Musolino, sostituto procuratore a Reggio Calabria: "Diciamo che ho una discreta esperienza quantomeno della 'ndrangheta e mi sono persuaso sempre di più, con una modifica tutto sommato di quelli che erano i miei convincimenti iniziali, che erano un po' più tetragoni, un po' più rigidi e anche radicali, che senza un autentico recupero delle persone, che parte prima di tutto dall'ambiente carcerario, questo problema non si risolve".

- Stefano Musolino, magistrato, per anni ha fatto il giudice a Reggio Calabria, poi per quattro anni il pubblico ministero a Palmi ed ora da più di otto anni lavora alla Direzione distrettuale antimafia a Reggio.

 

Ricostruire un territorio anche a partire dalle parole

 

Ricostruire un territorio devastato è quello che cerca di fare Giacchino Criaco, scrittore calabrese, affidandosi al potere straordinario delle parole: "Troveremo una via solo costruendo. E un modo per costruire è ritrovare le parole giuste per riannodare i fili di una storia che si è trasformata in cronaca nera. Le parole sono essenziali per un'esistenza collettiva, per essere un popolo, per sbagliare meno. Una parola al giorno e in un anno ci sarà un giardino di parole, una Calabria più vera".

- Gioacchino Criaco, scrittore è nato ad Africo. Ha esordito nel 2008 con il romanzo Anime nere, da cui è stato tratto il film omonimo diretto da Francesco Munzi. Di recente è uscito "La maligredi", romanzo avventuroso di un ragazzo che sogna di cambiare il Sud.

 

Partecipano ai lavori con le loro testimonianze i redattori detenuti di Ristretti Orizzonti, che dialogheranno con i loro famigliari, figli, genitori, fratelli, compagne.

 

Coordina i lavori Adolfo Ceretti, Professore ordinario di Criminologia, Università di Milano-Bicocca, e Coordinatore Scientifico dell'Ufficio per la Mediazione Penale di Milano. È da poco uscita la sua autobiografia ""Il diavolo mi accarezza i capelli".

 

*Direttrice di Ristretti Orizzonti