di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 18 novembre 2022
Gentile Marco Grasso, naturalmente ho letto il suo articolo, e potrei affannarmi a cercare di spiegare che la nostra Costituzione non esclude nessuno dalla possibilità della rieducazione, e che per quel che riguarda i circuiti di Alta Sicurezza “l’assegnazione ad un circuito penitenziario non comporta alcuna deminutio nella titolarità dei diritti del detenuto, potendo soltanto implicare l’allocazione in sezioni particolarmente sicure” (come scrive Federico Falzone, magistrato, uno dei massimi esperti in materia, nell’articolo “Il circuito detentivo dell’alta sicurezza e il procedimento di declassificazione”).
Se quindi a Genova in redazione sono tutti “ex mafiosi” (ma chi ha stabilito che un essere umano resti mafioso a vita?) è perché nelle sezioni AS c’è solo questa tipologia di detenuti, mentre per esempio a Padova la redazione è composta da detenuti comuni e detenuti AS, perché abbiamo chiesto l’autorizzazione a sperimentare questo tipo di confronto.
Comunque sono anch’io giornalista, e un giornalista credo che debba essere “strutturalmente” curioso: allora le faccio un invito, perché non viene nella redazione di Ristretti Orizzonti a Padova, e accetta di provare a dialogare con tutti, compresi gli “ex mafiosi”? ex mafiosi che, è vero, non hanno collaborato, se no non sarebbero in carcere da trenta e più anni, ma non l’hanno fatto per lo più per non distruggere le loro famiglie, i figli, i nipoti che hanno una loro vita e non vorrebbero mai vivere sotto protezione. E questo lo ha riconosciuto anche la Corte Costituzionale, quindi io credo di essere “in linea” con la Costituzione più di chi insorge se un ergastolano ostativo porta la sua testimonianza su come si vive con una condanna a “una pena di morte nascosta”, come definisce l’ergastolo Papa Francesco.
Grazie dell’attenzione, spero che accetti il mio invito.
*Direttrice di Ristretti Orizzonti
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Gentile Ornella Favero, se fossimo riusciti a scambiare una parola avrei messo certamente una sua battuta all’interno del mio articolo, che era un po’ la ragione per cui l’avevo contattata.
Conosco e rispetto le posizioni che mi esprime in questa lettera, garbata e argomentata, (perlopiù) sull’ergastolo ostativo e sul regime di detenzione di alta sicurezza. Gli argomenti che solleva non possono non interrogare qualunque persona che si sia mai posta seri interrogativi sull’efficacia e la legittimazione del diritto penale, e sul rapporto contraddittorio che hanno questi sistemi con le società in cui sono inseriti.
Questo, per dirle innanzitutto, che a prescindere dal mio articolo, non ho difficoltà a riconoscere la validità dei suoi argomenti, anche se probabilmente, se ci trovassimo a discutere, non saremmo d’accordo su molte cose. E non ne farei necessariamente una questione di quale opinione sia più in linea con la Costituzione: che la pena debba tendere alla rieducazione è sicuramente un principio costituzionale indiscutibile; per altro verso, la lotta al fenomeno mafioso, la difesa della società sana, delle vittime della mafia, delle regole che dovrebbero tutelare i cittadini e fornire loro protezione e possibilità, ritengo sia principio altrettanto importante per difendere la Costituzione (dello Stato italiano, appunto, sfidato sul suo campo, o se preferisce cooptato quando non corrotto, da un antistato). Non mi sento di escludere la possibilità questi principi, come altri, nella pratica possano entrare in contraddizione. E, a prescindere da come possa aver inteso il mio articolo, sono domande che non smetto di pormi.
Certo, come conosco le posizioni di contrarietà all’ergastolo e al 41 bis, conosco e condivido anche l’opinione di autorevoli magistrati antimafia (non tutti vivi) sull’importanza in chiave antimafia di leggi come quella sul 41 bis, la legge Pio La Torre, o altri provvedimenti che, visti da società che conoscono marginalmente questi fenomeni, o forse preferiscono solo sfruttarne il potenziale economico e finanziario, potrebbero apparire come leggi speciali, restrittive di principi di libertà.
Sono certo che sulla rieducazione e le carceri avrei molto da ascoltare dalla sua esperienza. Sul fenomeno mafioso, che conosco meglio, mi permetta però di sottolinearle un aspetto. Lei mi chiede: un mafioso deve restarlo per sempre? La risposta ovviamente è no. Ma, per quel che ho potuto approfondire del fenomeno, non si esce da queste organizzazioni e dalle loro regole come da un club, semplicemente evitando di rinnovare la tessera. Ecco perché, in risposta alla sua domanda, gliene pongo una io: è possibile davvero abbandonare quel mondo senza rompere in modo traumatico? È davvero sempre e solo un problema di protezione dei familiari ciò che spinge un mafioso, ex o non, che decide di non collaborare?
Arrivati a questo punto, spero che possa interpretare il mio articolo non come una messa all’indice della vostra associazione, di cui ho sottolineato l’attività meritoria, né delle legittime campagne che porta avanti (opinioni che, in questo periodo storico, sono più condivise in modo trasversale di quelle che le sto esprimendo), piuttosto solleva alcune delle tante contraddizioni che ci circondano, e che spesso, come giornalisti, ci portano a scrivere e porre domande.
Condivido con lei l’approccio della curiosità e accetto volentieri il suo invito. Non so bene quando riuscirò a passare da quelle parti, ma mi farebbe molto piacere organizzare la visita. Un cordiale saluto.
Marco Grasso










