di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 24 maggio 2020
Andrea Giorgis ha recentemente riconosciuto la necessità di dare nuovo impulso all'area penale esterna e alle misure di comunità.
Gentile Dottore, mi permetto dunque di proporle alcune riflessioni, anticipandole subito - per necessità di chiarezza - il punto di osservazione da cui le scrivo. Da cinque anni, insieme a un gruppo di giovani laureate in Scienze dell'Educazione sono impegnata a Piacenza con una piccola ma tenace associazione nell'accoglienza di persone messe alla prova.
In questo lasso di tempo, ormai non brevissimo, sono quasi 90 i soggetti di cui ci siamo occupati, offrendo un servizio importante alla intera comunità cittadina ma anche al sistema della giustizia e all'Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna di competenza, che per noi è quello di Reggio Emilia. Purtroppo quello che abbiamo visto lungo questi anni ci ha parecchio scoraggiato: giudici frettolosi, assistenti sociali competenti e in genere molto generose ma oberate di lavoro, totale indifferenza delle istituzioni.
Lavorare così è davvero demotivante. Nel nostro caso specifico, mettiamo sul tavolo a titolo gratuito competenze certificate (e non solo millantate come purtroppo spesso accade), competenze che sul mercato professionale hanno un costo anche molto alto.
Le rare volte in cui abbiamo avuto occasione di presentare la complessità di un impegno serio nell'ambito della MAP, abbiamo trovato generica gratitudine e qualche inutile applauso di cui non ci importa un bel niente. Di cui, per essere più chiara, "francamente me ne infischio!".
Vorremmo impegnarci per un Paese serio, che alle pregevoli dichiarazioni ideali, faccia seguire impegni concreti. Senza sforzi economici non si va da nessuna parte. Abbiamo bisogno di giudici ordinari formati sul senso della messa alla prova, di assistenti sociali che vadano a integrare il personale sovraccarico degli uffici, di educatori che le affianchino, di psicologi.
Arrivano da noi ragazzi giovanissimi imputati per rissa, guida in stato di ebbrezza, spaccio e coltivazione di erba. E sono tanti. In un sistema di giustizia serio e integrato si potrebbe lavorare molto bene con loro, invece l'edificio scricchiola da tutte le parti e troppo spesso siamo noi volontari a sostenere e contenere le situazioni di crisi.
Come e quando possiamo, con passione e - ci tengo a sottolinearlo - competenza. Fino a quando? Non lo so, francamente non lo so. Certo è facile sentirsi scoraggiati e delusi. Lo ribadisco con parole più chiare: aspettiamo di vedere impegni concreti e non generiche dichiarazioni di buona volontà, aspettiamo di essere ascoltati con attenzione. Non abbiamo bisogno di pacche sulle spalle ma di un confronto alla pari e di serietà istituzionale. Grazie
*Giornalista, presidente dell'Associazione "Verso Itaca Onlus" e componente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia










