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di Lettera Firmata

Il Mattino di Padova, 21 ottobre 2026

“Mio figlio ha 24 anni ed è in comunità da tre. Per riuscire a immobilizzarlo furono necessari 5 carabinieri, un medicoe 4 infermieri. Il problema non sono le persone che lavorano ogni giorno sul campo. Il problema sono le risorse e l’organizzazione di un sistema che spesso costringe quelle stesse persone a lavorare in condizioni difficilissime. Servono servizi territoriali realmente presenti. E servono soprattutto le famiglie”.

Caro Direttore, sono il padre di un ragazzo di 24 anni. Le scrivo perché vorrei che la storia di mio figlio diventasse la storia di tanti altri ragazzi e delle loro famiglie che oggi combattono, spesso in silenzio, contro la malattia mentale. Non voglio raccontare soltanto il nostro dolore. Voglio porre una domanda alla politica e alla sanità veneta: quanto bisogna ancora aspettare prima di considerare la salute mentale una vera emergenza? Mio figlio ha iniziato il suo percorso con gravi disturbi della personalità. Poi sono arrivati gli episodi psicotici, l’abuso di sostanze, le crisi e comportamenti che lo hanno trasformato, ai nostri occhi, in una persona che non riconoscevamo più.

Il momento più terribile è stato il secondo TSO. Era in una crisi violentissima. Aveva quasi distrutto la nostra casa e la situazione rischiava di degenerare anche fisicamente. Per riuscire a immobilizzarlo furono necessari cinque Carabinieri, un medico e quattro infermieri. Ricordo ancora mio figlio sul lettino, dopo diverse somministrazioni di farmaci, mentre continuava a urlare e dimenarsi.

Poi iniziò a piangere. E mi chiese: “Papà, salvami”. Questa frase non mi ha più abbandonato. Mia moglie era distrutta. Io continuavo a lavorare, cercando di mantenere in piedi una famiglia che stava crollando. Ci sono stati momenti in cui ho pensato anch’io che non valesse più la pena andare avanti. Perché quando vedi tuo figlio stare così male e non riesci a salvarlo, la disperazione può diventare più forte di te. Poi sono arrivati sette mesi di reparto psichiatrico. Sette mesi nei quali abbiamo visto da vicino una sofferenza che non pensavamo potesse esistere. Ma abbiamo visto anche l’altra faccia della sanità: medici, infermieri, CSM e operatori che considero veri angeli. A loro voglio dire grazie. Il problema non sono le persone che lavorano ogni giorno sul campo. Il problema sono le risorse e l’organizzazione di un sistema che spesso costringe quelle stesse persone a lavorare in condizioni difficilissime.

Dopo il ricovero, la magistratura dispose per nostro figlio un percorso in comunità terapeutica, con l’obbligo di seguire le cure e rispettare precise regole. La comunità ci ha aiutato e abbiamo incontrato operatori straordinari. Ma anche qui abbiamo scoperto una realtà che dovrebbe far riflettere. Mio figlio ha 24 anni e da circa tre anni vive in comunità insieme anche a persone molto più anziane, con problematiche e percorsi completamente diversi. Sono gli stessi operatori a dirlo: servirebbero strutture organizzate per fasce d’età e per gravità della patologia. Perché un ragazzo di 24 anni dovrebbe avere davanti a sé un progetto di vita. Dovrebbe poter studiare, lavorare, costruire relazioni, recuperare autonomia e tornare, quando possibile, nella società. Non può essere considerato semplicemente un malato da custodire. È un ragazzo da recuperare.

E allora la domanda diventa inevitabile. Com’è possibile che in una regione come il Veneto, una delle più ricche d’Italia, non si riesca a costruire una rete adeguata per questi ragazzi? Perché dobbiamo aspettare il TSO? Perché dobbiamo aspettare l’aggressione? Perché dobbiamo aspettare che una famiglia distrugga la propria vita? Perché dobbiamo aspettare una tragedia? Il problema delle sostanze rende tutto ancora più drammatico. Circolano sostanze sempre più potenti e imprevedibili che, nei soggetti più fragili, possono contribuire a scatenare o aggravare episodi psicotici e comportamenti violenti. Non possiamo limitarci a intervenire quando il ragazzo è ormai in crisi. Bisogna intervenire prima. Bisogna investire nella prevenzione, nei servizi territoriali, nelle comunità, nel personale specializzato e soprattutto nei percorsi di reinserimento. Perché dopo un TSO non dovrebbe esserci semplicemente un’altra emergenza. Dovrebbe esserci un progetto.

Mio figlio oggi ha 24 anni. È migliorato, ma è ancora in comunità. E noi non sappiamo quanto durerà il suo percorso. Ma io continuo a chiedermi: che futuro stiamo costruendo per questi ragazzi? E soprattutto: cosa succederà quando noi genitori non ci saremo più? Questa domanda dovrebbe riguardare tutti. Perché noi genitori ci ammaliamo insieme ai nostri figli. Io, nel frattempo, ho perso anche il lavoro a causa della depressione. La nostra fortuna, nella nostra enorme sfortuna, è stata quella di poter contare anche sulla psicoterapia, individuale e di gruppo. Perché abbiamo imparato che non si ammala soltanto il ragazzo. Si ammala tutta la famiglia. E non tutti possono permettersi di pagare come i personaggi famosi, privatamente ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire. La salute mentale non può diventare una questione di reddito.

E allora rivolgo un appello al Presidente della Regione Veneto, all’Assessore alla Sanità e a tutti coloro che hanno responsabilità politiche. Venite nelle comunità. Non venite per fare una fotografia. Venite per parlare con gli operatori. Guardate negli occhi questi ragazzi. Parlate con i loro genitori. Ascoltate le loro storie. E poi chiedetevi se quello che stiamo facendo è sufficiente. Io credo di no. Credo che serva un grande piano regionale sulla salute mentale. Servono strutture differenziate per età e gravità. Servono più operatori. Servono percorsi dopo il ricovero. Servono programmi di formazione e lavoro. Servono servizi territoriali realmente presenti. E servono soprattutto le famiglie. Vorrei che la Regione organizzasse un grande incontro con i genitori veneti che vivono questa situazione. Perché siamo tanti. Troppi per essere ignorati. E forse sarebbe arrivato anche il momento di creare un’associazione regionale delle famiglie dei ragazzi con gravi problemi psichiatrici. Da soli siamo formiche. Insieme possiamo diventare una voce.

Caro Direttore, le chiedo di fare una cosa molto semplice. Immagini che quel ragazzo sia suo figlio. Immagini di dover chiamare i Carabinieri. Immagini di vederlo immobilizzato da nove persone. Immagini di sentirlo piangere e chiedervi di salvarlo. Immagini sette mesi di reparto. Tre anni di comunità. Anni di paura. E poi immagini di dover rispondere alla domanda: “Papà, quando tu non ci sarai più, chi si occuperà di me?”. Io non ho una risposta. E credo che non dovrebbe averla neppure la politica. Dovrebbe averla il sistema sanitario. Prima che accada una tragedia, bisogna intervenire. Dopo, sarà troppo tardi.

Non chiedo privilegi per mio figlio. Chiedo una possibilità per lui e per tutti gli altri ragazzi come lui. Chiedo che la salute mentale venga trattata come una priorità. Chiedo che i nostri figli non vengano semplicemente curati quando stanno male, ma accompagnati verso una vita possibile. E chiedo che noi genitori non veniamo lasciati soli. Sono un padre stanco. Ma sono ancora un padre che vuole combattere per suo figlio.