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di Lorenzo Mondo

 

La Stampa, 15 febbraio 2015

 

Un bel giorno di giugno del 2010 un avvocato milanese si affaccia alla finestra della sua villetta e cambia rapidamente di umore alla vista di un piccione. Dirà poi che detesta quei pennuti perché anni prima avevano causato al figlio una grave infezione. Fatto sta che afferra un fucile ad aria compressa e centra il piccione che stramazza nel cortile del vicino condominio. Questa fatale caduta è l'innesco di quella che può apparire una commedia surreale.

C'è evidentemente della ruggine tra lo sparatore e i vicini se questi chiamano i carabinieri. Contro di lui, sorpreso in stato di ebbrezza, viene formulata l'accusa di uccisione di animali con crudeltà e "getto pericoloso di cose" in luogo privato. Va a sapere dove sta la crudeltà, se non nell'animo del protagonista, e dove l'effettivo pericolo rappresentato da un pallino o da un piumato cadaverino. Il gip emette comunque un decreto di condanna a 8.000 euro di multa. Ma l'imputato si oppone e chiede di andare a processo. Comincia allora una bella gara tra l'avvocato, esperto di cavilli, e la magistratura. Un confronto che passa tra sanzioni e ricorsi, tra processi d'appello e Cassazione fino a concludersi, nel gennaio del 2015, con una condanna a un mese e venti giorni. Il bello è che questo tramenio è durato per quasi cinque anni, e magari non è finita, perché incombe a giugno la prescrizione del reato.

Non sono mancati nella vicenda tratti esilaranti. Fin dall'avvio, quando dovette intervenire il Comune per rimuovere il deceduto, e alle ultime disquisizioni sul "getto" nel cortile: da ricondursi al ferale pallino o allo svolazzo dell'uccello agonizzante? Mai era accaduto che un piccione assumesse tale importanza nell'aula di un tribunale.

Dove i magistrati hanno dato l'apparenza di esercitare, contro l'imputato, la stessa ostinazione che lo induce a sparare sui volatili. Formalmente, a termini di legge, nulla da eccepire. Se non avessimo le rilevazioni dei solerti cronisti che hanno rispolverato la vicenda. Ci dicono infatti che essa, nell'arco di un lustro, ha impegnato 18magistrati, con annessi e connessi. E allora lo stupore, e il riso, si tramutano in sconforto e sdegno.

Il Paese è assediato dalla piccola e grande criminalità, con e senza colletti bianchi. Non c'è inaugurazione di anno giudiziario, non c'è convegno di esperti e proposta di riforma che non lamenti l'esiguità del corpo giudiziario e il rigurgito dei fascicoli inevasi. Mentre si trova il tempo per occuparsi di simili quisquilie. Davvero, si vorrebbe a volte non sapere e non vedere per darsi pace.