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di Cristina Cecchini

 

Il Garantista, 23 gennaio 2015

 

La difesa dei diritti viene spesso demandata a coloro che entrano in prigione per fornire sostegno. Ma sarebbe giusto che si costituisse un'organizzazione autonoma. Ho iniziato la mia esperienza in carcere come operatrice nel 2001, attraverso un impegno di volontariato in una piccola e virtuosa cooperativa, nata per l'inclusione dei soggetti svantaggiati. Ho lavorato in seguito per diversi progetti finalizzati al reinserimento dei detenuti ed ex detenuti, oltre che dei tossicodipendenti, dei pazienti psichiatrici, dei senza dimora, delle donne vittime di tratta, dei rifugiati. Tante sono le persone che, a vario titolo, ogni giorno entrano da esterni nell'istituzione carceraria, per attività che vanno dall'assistenza base (vestiario, sostegno all'indigenza) agli studi universitari.

Tante sono quindi le brecce aperte nell'istituzione: a Rebibbia Nuovo Complesso i permessi concessi agli esterni, negli anni, sono arrivati a un migliaio. Ora, la domanda che un operatore serio non dovrebbe mai smettere di porsi, verificando con costanza intellettuale le risposte che scaturiscono, confrontandole con la realtà che quotidianamente osserva e vive, è: quanto noi operatori siamo organici al sistema carcerario e quanto invece contribuiamo con efficacia a fornire strumenti per l'emancipazione dei ristretti?

I detenuti sperimentano (ancor di più col sovraffollamento) la situazione paradossale di doversi costruire la propria autonomia e libertà partendo da uno stato di cattività, che dell'autonomia e della libertà è l'impedimento principale. Parlando dei detenuti comuni e tralasciando le "Sezioni Alta Sicurezza", ho sempre visto la categoria come un proletariato che doveva ancora costruirsi una coscienza "di classe". Non perché il "detenuto" sia più ignorante o più limitato o meno cosciente degli altri, ma per l'esistenza di limiti non derivanti dal detenuto stesso.

Un limite molto forte è di tipo organizzativo: nell'idealtipo di lotta sociale lavorativa, gli operai lavoravano per tutta la vita in una fabbrica e lottavano in seno ad essa per il miglioramento delle condizioni e l'ottenimento dei diritti; invece il detenuto non è sempre lo stesso, sconta la pena ed esce da quella particolare fabbrica che vorrebbe solo dimenticare.

E durante il periodo della pena non c'è uno spazio consolidato di confronto sulla propria condizione, come l'assemblea, base fondamentale delle rivendicazioni di qualsiasi tipo, Anche l'impostazione fortemente premiale dell'esecuzione penale e delle misuro alternative non aiuta, non è un caso che non esista un sindacato dei detenuti, dove per sindacato non s'intende un organismo analogo agli attuali sindacati, i quali evitano accuratamente di sollevare con forza il problema del lavoro e dei diritti in carcere, ma s'intende un organismo gestito dai detenuti stessi, che difenda veramente e dal basso i loro diritti e che abbia un effettivo potere contrattuale. Mi ricordo come frequente la misura dei trasferimenti di massa in seguito a proteste anche pacifiche. Difficilmente si creano azioni collettive che poi formano un sistema di rivendicazioni stabile, consolidato ed efficiente un po' com'è stato per lo sciopero e le assemblee durante l'epoca d'oro dei sindacati. L'entrata in carcere di tanti detenuti politici negli anni 80 merita di essere portata ad esempio come stimolo unico in tal senso, ma è una spinta a mio parere esaurita da anni, almeno a livello generale.

Ci sono anche limiti prettamente teorici all'auto-organizzazione dei detenuti: il carcere è un'istituzione totale, la fabbrica no. In tal senso l'art. 27 della Costituzione italiana permette, anche se in modo forse volutamente ambiguo, questa totalità: la pena deve "tendere" alla rieducazione, e non "essere decisamente finalizzata" come piacerebbe a noi operatori. In quel tendere c'è, a monte, la possibilità per l'istituzione carceraria di essere totale, di anteporre il mantenimento dell'ordine e della sicurezza al (supremo) obiettivo della rieducazione.

Tra questi profonde limitazioni si inserisce l'operatore, che ha la funzione generale di rivendicare questi diritti in loro vece, e la sua efficacia rivendicativa dipende da fattori che non discendono dal diritto, ma dalla forza dell'associazione/cooperativa/ente che si rappresenta, dal savoir faire dell'operatore stesso, dal comportamento del detenuto: la riuscita dell'intervento dipende, alla fine, e alla faccia della professionalità costruita con fatica e gavetta, dal buon cuore dell'interlocutore in seno all'istituzione.

Il detenuto, che dovrebbe, secondo l'ottica rieducativa, sviluppare autonomia e senso critico verso se stesso, si trova invece a dover supplicare noi operatori "ad interessarci" per ottenere quello che gli spetterebbe. E tu che vorresti dire (e spesso lo dici!): "Ma che preghi!", rispondi che lo farai, e lo farai con tutto il cuore, ottenendo spesso nulla. È lì che la frustrazione cresce, e diventa insostenibile la consapevolezza che terresti anche tu quest'atteggiamento remissivo e all'apparenza poco dignitoso se fossi detenuta a tua volta.

Dalla domandina parte tutto. La sua esistenza traduce nel quotidiano la totalità dell'istituzione carceraria. È un modulo che si compila per qualsiasi richiesta da fare all'amministrazione e anche per parlare con gli operatori esterni. La parola stessa spiega più di mille saggi sociologici. Domandina ha un suono da bambini, benevolo, all'inizio: ma poi rivela un fondo grottesco, con quella richiesta alla "Signoria Vostra" di poter "parlare con un operatore". Sembra uscita da un romanzo di Kafka, la domandina.

A volte (ammetto che nelle carceri più "illuminate" questo succeda raramente, a Rebibbia per esempio c'è una lista gestita dallo scrivano, ma sono eccezioni che nel mare magno della situazione italiana rappresentano poco e comunque non cambiano la possibilità per l'istituzione di attuare giri di vite in senso opposto), anche quando segui un detenuto da tempo, e lo chiami per il colloquio solito settimanale, e non c'è la domandina, non te lo chiamano: ne hanno facoltà.

Magari la domandina è scivolata via, o il detenuto era talmente depresso che non ce la faceva a scendere dallo scrivano per compilarla, o è stato punito e non ha potuto, o forse ha tentato il suicidio e tu vorresti vederlo, capire come sta per informare poi i familiari che non hanno notizie. Ma tu quella settimana non lo vedrai, non c'è la domandina. Ma non perché la guardia, che è poi quella che materialmente ti dice: "No, oggi no", sia sadica; a volte c'è una giornata di confusione, gli agenti sono pochi, poi la situazione si tranquillizza ma ormai sono le due, "abbiamo chiuso le celle".

Allora vedi un altro detenuto che torna dal lavoro, o riprende servizio la guardia "gentile" dopo la pausa pranzo, e chiedi loro di accertarsi delle condizioni del Senza Domandina o di salutartelo che lo vedrai la settimana prossima. E sai che lo faranno, e alla fine, settimana dopo settimana, cambiano i detenuti, cambiano gli operatori e anche le guardie, cambiano i direttori e le leggi, ma la domandina sta sempre li, a ricordarti che lui è un emarginato senza diritti, tu e la guardia siete delle pedine, e che il carcere è senz'altro ancora, nel profondo, un'istituzione totale talmente potente che gli basta un foglietto che sparisce per annullare anche la semplice voce di chi ci ha a che fare.