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di Antonio Mattone

 

www.merqurioblog.it, 10 aprile 2015

 

Se è vero che da oggi viene messa la parola fine agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, è altrettanto vero che nel nostro ordinamento giuridico resta la norma per cui un individuo può essere sottoposto a misure di sicurezza. Infatti l'articolo 25 al comma 3 della Costituzione italiana recita che "nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge". Quindi è ancora possibile che degli individui possano essere messi in prigione pur non essendoci una sentenza o un reato a cui debbano rispondere. Il problema sarà dove collocare le persone per cui scatterà questa norma. Ma c'è di più. Resta in vigore il concetto di "pericolosità sociale" che ha fatto il suo ingresso nell'ordinamento giuridico italiano con il Codice Penale Rocco del 1930. Una norma retaggio del periodo fascista che è stata ancora eliminata e che si basa sulla premessa che il reato dovesse essere considerato un fenomeno naturale determinato da fattori criminogenici e non da una scelta individuale.

La pericolosità di un individuo può dipendere da un fattore psichiatrico e per questo caso era previsto il ricovero in Opg o da un motivo di carattere sociale con l'internamento in Case di Lavoro. Se il lungo iter cominciato con il Dpcm del 1 aprile 2008 ha portato oggi alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, restano invece aperte le Case lavoro. Qui vengono rinchiusi per lo più tossicodipendenti storici, persone con problemi di salute mentale non particolarmente gravi, e possiamo trovare anche malati di Aids.

Individui isolati socialmente con famiglie sfasciate o che non si vogliono prendere cura di loro. Sono persone che hanno commesso ripetutamente reati, non necessariamente gravi e che per questo sono entrati e usciti più volte dalle galere, che possono arrivare al reinserimento sociale solo attraverso il lavoro. Ma nella realtà lavoro non ce n'è. Così sono costrette a restare in carcere senza avere la possibilità di riscattarsi. Queste detenzione sono state definite "ergastoli bianchi", perché senza occupazione lavorativa e attività trattamentali, gli internati possono restare in carcere senza una data di uscita prevista e con una grande incertezza sul proprio futuro. Nelle Case di lavoro italiane sono reclusi circa 300 internati, un numero tutto sommato abbastanza esiguo, ma restano aperte alcune domande: come mai ben un terzo di essi è residente in Campania? Non è auspicabile l'istituzione di una commissione parlamentare come quella che ha contribuito a mettere fine agli Opg? Perché questi internati sono dislocati per lo più in carceri lontane dal territorio di origine? Non è una palese forma di diseguaglianza il trattamento riservato agli internati che hanno un problema psichiatrico da quelli con patologie sociali?

Questo regime di semireclusione andrebbe sostituito con altre forme di reinserimento, come comunità di accoglienza dedicate, misure di sicurezza applicate nella libertà vigilata eseguite nei territori di residenza solo per fare qualche esempio.

Resta un'ultima domanda: avrà la politica il coraggio di mettere fine a questa sorta di segregazione?