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di Marina Valcarenghi

 

Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2015

 

Nel cocktail di veleni che un uomo o una donna portano con sé quando escono dal carcere due mi sembrano i principali ingredienti: la rabbia e l'insicurezza. Non sono più detenuti ma nemmeno cittadini a pieno titolo, perché abitano il limbo dei pregiudicati: un banale controllo dei documenti in auto può diventare una perquisizione, in caso di divorzio, anche quando ne hanno titoli e ragioni, è quasi impossibile che ottengano l'affido dei figli, si sentono spesso rifiutare un appartamento in affitto e i nuovi amici e i nuovi fidanzati prendono non di rado le distanze quando vengono a sapere della detenzione.

Per non parlare del lavoro. "Siamo colpevoli per sempre" mi disse un giorno un ex detenuto. Come sorprendersi che ne derivi una rabbia indifferenziata verso tutto e tutti? Allora avere affrontato la vergogna del processo, la condanna, la solitudine del carcere con tutte le sue tremende limitazioni, avere accolto il senso di colpa, allora tutto questo, tutti questi anni, non contano niente? Il debito non si estingue mai?

Solo i potenti non pagano? Forse è anche per questo che la recidiva nel nostro Paese è così alta: la rabbia è in questo caso una cattiva consigliera, ma ormai so che è una recidiva in molti casi indotta proprio da noi, da istituzioni e cittadini. L'insicurezza ha invece origine nella regressione infantile che il sistema carcerario impone: i diritti in prigione sono solo sulla carta, tutto è discrezionale e dipende da variabili sconosciute.

Il detenuto può solo fare la "domandina", cioè compilare un modulo con la richiesta: avere un colloquio prolungato, una medicina urgente, parlare con l'educatore... la risposta forse arriverà e forse no. Il detenuto diventa debole e passivo come un minore sotto tutela, sottoposto a un'autorità con cui non si confronta e da cui tutto dipende. Quando uscirà porterà con sé una penosa sensazione di inadeguatezza, come un bambino catapultato in un mondo di adulti.