sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Stefano Anastasìa*

garantedetenutilazio.it, 15 giugno 2026

Ancora una volta dobbiamo essere grati a Samuele Ciambriello, per la sua testimonianza sul carcere e per le testimonianze raccolte in questo libro. Dare la parola alle persone detenute è un piccolo atto rivoluzionario, che apre uno squarcio nel muro dietro cui è nascosta l’esecuzione della pena detentiva e nello stesso tempo restituisce dignità a chi ne è tacitato, violando l’illegittima consegna al silenzio per cui le persone detenute non possono raccontare liberamente quali sono le loro condizioni di vita e, dunque, qual è - dal loro punto di vista - la realtà delle nostre carceri.

La parola - scritta, orale, mimata nella lingua dei segni - è il modo principale in cui ognuno esprime se stesso, i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie idee, le proprie necessità. A chi è preclusa la possibilità di esprimersi per fatti concludenti, abbracciando, schifando, affiancando, allontanandosi da altri, la parola è l’unico modo che resta per comunicare. Eppure in carcere è così difficile comunicare! Le parole sono centellinate, sorvegliate, impedite: quei dieci minuti settimanali di telefonata ai propri cari, come ai tempi delle cabine e dei gettoni telefonici; la posta ancora cartacea, oppure scannerizzata, giammai elettronica, come è normale che sia per noialtri, uomini e donne libere; l’impossibilità di rispondere alle domande dei giornalisti, se non dietro autorizzazione e controllo dell’autorità. Tutto in violazione degli articoli 15 e 21 della Costituzione, in materia di libertà di corrispondenza e di informazione. Il carcere nasce e vive nascosto alla vita civile. Inevitabile, quindi, che finisca per degradare e degradarsi: occhio che non vede, cuore che non duole.

Ho conosciuto Samuele tanti anni fa, quando era ancora prete, ma già attraversava i confini tra la gente perbene e la gente permale. Ci siamo ritrovati trent’anni dopo a condividere l’esperienza di garanti delle persone private della libertà per le rispettive regioni di impegno e residenza. Abbiamo attraversato le chiusure e il terrore del Covid in carcere, la riesplosione del sovraffollamento e il record dei suicidi, cercando di resistere al populismo penale e al cattivismo penitenziario, usando le nostre cerbottane contro i loro cannoni. Avremmo potuto, come tutti, far meglio, ma a quanti sarebbe andata peggio se non avessero incontrato Samuele quel giorno in quel carcere, se non avessero scritto quel giorno quella lettera a quel garante? Stare sul pezzo, occhi aperti e orecchie attente: questo è quel che serve per tenere in comunicazione le voci di dentro con il mondo di fuori, per garantire quel che è possibile garantire, per cercare di contenere le pene nel loro limite costituzionale, secondo cui “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”, e per orientarle al miglior reinserimento sociale possibile, in autonomia e nella legalità. Queste pagine, le voci e le parole rivolte dalle persone detenute al loro garante, articolate lungo i grandi problemi del carcere oggi, la salute, le relazioni affettive, la speranza di un reinserimento sociale di qualità, aiuteranno a capire chi non vi sia mai stato, non ne abbia mai avuto esperienza personale, professionale o familiare, cosa sia il carcere, perché dovremmo avere il coraggio di farne a meno, quando possibile, come possibile. E ancora una volta Samuele avrà fatto la cosa giusta.

*Prefazione al libro di Samuele Ciambriello, “Lettere al garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze”