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di Alessandra Ballerini

 

La Repubblica, 20 aprile 2015

 

La Corte Europea dei diritti dell'uomo negli ultimi anni, accogliendo ricorsi di detenuti, manifestanti e profughi, ha dovuto a più riprese condannare il nostro Paese per violazione dell'art. 3 della Convenzione, ovvero per aver sottoposto i ricorrenti a trattamenti inumani e degradanti.

Non esattamente un figurone a livello internazionale! Nelle nostre carceri i detenuti erano sistematicamente fino a qualche mese fa (ma anche oggi la situazione non è drasticamente migliorata nonostante alcune modifiche legislative e gli sforzi di molti operatori) costretti a subire costanti violazioni della loro dignità personale a causa della ristrettezza e inadeguatezza degli spazi e dell'impossibilità di svolgere reali e costanti attività trattamentali.

Eppure come ci ricorda la Corte Europea "la carcerazione non fa perdere al detenuto il beneficio dei diritti sanciti dalla Convenzione.

Al contrario, in alcuni casi, la persona incarcerata può avere maggiore bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi sotto la responsabilità dello Stato. In questo contesto, l'articolo 3 pone a carico delle autorità un obbligo positivo che consiste nell'assicurare che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana".

Nei centri di accoglienza per stranieri richiedenti asilo la situazione non è certo migliore. Basti pensare al centro di Mineo, dove sono ammassate quattromila persone, per mesi ed anni in attesa di vedere quantomeno evasa se non accolta la propria domanda di riconoscimento dello status di rifugiati.

Qui i caporali attingono a grandi mani prelevando direttamente dal centro braccianti o meglio braccia per la raccolta di pomodori o carciofi. Sarà anche per questo che la Corte Europea dei Diritti dell'uomo ha recentemente sentenziato nella famosa decisione Tarakhel, che nel nostro bel Paese ci sono "fondati timori che un alto numero di richiedenti asilo possa essere lasciato senza alloggio o sistemati in situazioni iper-affollate, insalubri e violente", ristretti in gabbie, a volte respinti, spesso indicati e indagati come "clandestini" anziché come portatori di uno dei più sacri ed inviolabili dei diritti universali.

E non è che i minori stranieri non accompagnati se la passino meglio se il Capo del Dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione del Ministero dell'Interno, Mario Morcone, intervistato da un giornalista dell'Avvenire, è arrivato ad ammettere: "Nel 2014 abbiamo accolto oltre 14 mila minori in un modo che mi fa vergognare di essere italiano".

Ed infatti di questi minori più di 3.700 sono scomparsi nel nulla. Comunque a tutti loro è andata ancora bene. Avrebbero potuto essere respinti verso Paesi "non sicuri" e rispediti in definitiva verso le persecuzioni e i conflitti dai quali scappavano. Quindi, la condanna inflitta dalla Corte Europea all'Italia per il massacro della scuola Diaz. Leggiamo queste decisioni (e aspettiamo con trepidante attesa la sentenza riguardo le torture subite dai manifestanti del G8 nella Caserma di Bolzaneto per mano non solo delle forze dell'ordine anche dell'impunito dott. Toccafondi), esaminiamo i rapporti e i comunicati sulle violazioni dei diritti fondamentali delle quali si rende artefice questo Paese e non possiamo che provare vergogna.

Sarebbe già un primo passo se gli autori materiali di queste torture e i loro mandanti politici fossero altrettanto capaci di vergogna, perchè, come dice Carofiglio, "diversamente dalla colpa, la vergogna può permettere a chi la prova di migliorare se stesso, di rifondarsi... Essa protegge l'uomo, ed ancor più l'uomo politico, dalla violazione dei codici etici, interiori ed esteriori. In questo senso vergogna è una parola politica".