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di Giuseppe Maria Berruti


La Repubblica, 13 aprile 2015

 

Qual è la funzione, di una magistratura della modernità? Questa è la domanda oggi. Mentre il riemergere della corruzione suggerisce ancora una volta il carcere. Che anestetizzi il dolore. Ed eviti un ragionamento sulla giurisdizione che cambia. Non spetta ai magistrati dire quali rapporti sociali nasceranno dalla crisi economica globale (L'interconnessione planetaria, come la definisce l'enciclica Caritas in veritate). Ma essi debbono tentare almeno di capire quanto la funzione giudiziaria è esposta alla domanda di cambiamento.

Perché la realtà registra l'insufficienza del meccanismo giudiziario a rispondere alle domande dei cittadini e mette in dubbio la funzione dell'indipendenza. Ma anche una prepotente domanda di giustizia. Si sprecano i richiami alla Costituzione. Di cui viene data una lettura riduttiva, per consegnarle le paure e utilizzarla come memoria, inevitabilmente conservatrice. Invece la Costituzione è una chiave del futuro perché è un patto di vita associata.

Che sconta l'imprevedibilità della storia e predispone regole che conservino la possibilità di affrontare i cambiamenti. Questa è, anche, modernità. Una magistratura che realizzi l'opzione dello Stato a registrare i cambiamenti, ad individuare i vecchi ed i nuovi diritti, adeguando la sua azione verso l'interesse dei cittadini. L'indipendenza della magistratura è strumento della capacità dei processi di affrontare il divenire.

Non è obbiettivo. È mezzo. La crisi dello Stato è una opportunità. Non esistono più la destra e la sinistra che conoscevamo. La politica intende dare risposte migliori al Paese. E le norme costituzionali non vengono considerate invalicabili se il loro superamento serve a soddisfare un bisogno. Ripetere, allora, che una giurisdizione libera è migliore di una giurisdizione controllata anche se meno efficiente, non funziona più.

Occorrono nuove ragioni che sostengano le scelte della Costituzione. Perciò occorre capire come mantenere la fedeltà alla legge e insieme rispondere alle domande di giustizia che cambiano prima che la legge registri i cambiamenti. Non servono le ideologie. La contrapposizione comunisti ed anticomunisti era l'in sé della guerra fredda.

Ma la politica ha chiuso la guerra fredda. La sua liquidità non ha bisogno di una magistratura moderata e di una magistratura progressista che si bilancino. Vuole una magistratura che non imprima inattese velocità all'ordinamento. Nella dimensione statuale classica la sintesi fra incentivazione dello sviluppo economico, diritti della persona e diritti sociali era affidato alle scelte che le maggioranze politiche andavano compiendo, bilanciando utile e giusto.

Tutto questo non c'è più. Manca quella che Natalino Irti chiamava la coestensione tra politica, diritto ed economia, figlia del bilanciamento. Che ha consentito al diritto di governare i fenomeni economici. L'attività economica oggi ha una estensione spaziale che supera quella degli Stati. L'"interconnessione planetaria" ne sconvolge il potere.

Cosicché la minaccia di guerra, si è osservato, non è più costituita da quella di una invasione, ma da quella di una non invasione. Di un abbandono. I marchi che si spostano in India dall'Italia. E trascinano le fabbriche. Ciò che si definisce di delocalizzazione è l'insieme di atti di ostilità verso gli Stati che non mettono a disposizione dei gruppi economici altre facilitazioni e, talvolta, altra eliminazione di diritti.

La concorrenza fra ordinamenti oggi induce gli Stati verso assetti giuridici compiacenti nei confronti dell'investimento di capitali. Non è un caso che, nel nostro Paese, la responsabilità civile dei giudici sia passata oggi, e non a ridosso del referendum di una ventina di anni fa. Eppure nelle società si alimenta una domanda di giustizia sempre più forte. La domanda di diritti individuali originata da bisogni effettivi si alimenta dal costituzionalismo particolare oltre che da testi normativi sovranazionali come la Carta dei diritti dell'uomo, la carta di Nizza, il trattato di Lisbona. Si parla di epoca delle corti. Perché le sentenze delle corti, nella lentezza degli Stati, rispondendo alle domande di giustizia, creano le regole.

Da questa osservazione credo si debba partire. Dalla necessità del giudice che modella la regola del caso concreto. Non mi pare ragionevole immaginare una riaffermazione del potere del diritto sulla economia. Credo però che la spinta da parte di tutti coloro i quali alimentano con le loro domande il diritto delle corti, e cioè la rivendicazione del diritto ad avere diritti sia il motore della storia che reclama l'esistenza di un punto di equilibrio. Che può ancora essere il giudice interprete. Un giudice che costituisca con il processo, cioè con l'applicazione di una regola formale, il suo potere di fare il diritto vivente. E giustifichi la sua indipendenza.