di Emanuela D'Arcangeli
Il Garantista, 15 gennaio 2015
Non è facile dire grazie. Non è facile dirlo, soprattutto a chi fa parte di un sistema, che raramente mi ha ispirato riconoscenza. Ma quando è giusto, è giusto. Rachid ancora non ci vede bene, ha un ginocchio fuori uso e probabilmente ancora dei lividi. Ma se alcuni agenti hanno impresso quei segni sul suo corpo; il colloquio con lei, ne ha impressi altri nella sua anima.
"Dio l'ha messa sul mio cammino", sono le parole esatte di Rachid. Questa lettera è ancora per lei, dottoressa Giampiccolo e ancora parla di riconoscenza, ma non col sapore ironico di quella che l'ha preceduta, questa volta è riconoscenza vera. Perché ha accettato di parlare con Rachid, ha capito le sue ragioni e si è impegnata affinché venisse trasferito nel carcere di Volterra, un carcere che "nonostante sia in Italia, rispetta la legge e la Costituzione" (il titolo di un articolo trovato on line).
Quel richiamo alla legge ed alla Costituzione, è la radice del nostro sdegno e della nostra rabbia, da sei anni a questa parte: sono passati otto carceri, ma se non fosse per il tragitto che cambia e per i giorni di colloquio diversi, direi che Rachid non è mai stato trasferito.
Tutti e otto gli istituti si confondono nella mia memoria e così le facce di chi ci lavora, le cose che sono accadute, l'aspetto stesso dei luoghi. Il tempo che in carcere già non ha un gran valore, nel nostro casosi è proprio fermato, in un unico lunghissimo attimo, dove dentro c'è tutto.
C'è uno degli ultimi colloqui ad Asti. Me lo condussero ammaccato, pieno di lividi, con la stampella. Andai di corsa dai carabinieri a sporgere denuncia, per sentirmi rispondere che la polizia penitenziaria è una polizia a tutti gli effetti e che potevano tranquillamente raccoglierla loro, quella denuncia. C'è Napoli, quando a più di ottocento chilometri di distanza, gli diedi la notizia della morte di sua madre. Dovette riceverla e superarla da solo. L'esperienza peggiore, più di tutte le botte prese, prima e dopo. La brutale natura del carcere, che accompagna tutto e non ha pietà nemmeno per i momenti più tragici, come la perdita di una madre.
C'è Parma e non sto nemmeno a contare le volte che tra botte, scioperi della fame e "incidenti" vari, ho visto Rachid sempre più umiliato, distrutto fisicamente, ma mai prostrato d'animo. Lo vidi passare dalle stampelle alla sedia a rotelle, perché così era più pratico portarlo in giro. Poi Prato. La mia discussione accesa con la comandante, che di fronte a Rachid e alla sua faccia insanguinata, continuava a sostenere che la polizia non c'entrava nulla e che quelle ferite poteva essersele procurate da solo.
La scelta di inviarle quella lettera ed il "rumore" che nel mio piccolo ho cercato di sollevare, sono nati dal desiderio che questa volta andasse diversamente. Non ho voluto che rimanessimo in silenzio a leccarci le ferite, per archiviare anche questa esperienza, tra le altre, nella speranza di poterle riguardare in futuro, col distacco dei ricordi. Volevo che quelle persone, che lo hanno aggredito e portato in isolamento, non rimanessero chiuse nell'ombra di quelle mura, sicure che niente di ciò che avviene in sezione, esce dai corridoi.
Tutti i nostri sforzi, le registrazioni in carcere, le denunce, il blog servono a questo: a dare il segno, per piccolo ed isolato che sia, che la divisa non può garantire l'anonimato e l'impunità, almeno morale e per pretendere che ogni carcere rispetti la "legge e la Costituzione", nell'interesse dei detenuti e delle loro famiglie, come nell'interesse degli stessi poliziotti. Ai nostri sforzi, si è unita una grande mano, la sua, che pur non conoscendoci, ha colto l'aforisma che spiega tutte le scelte, apparentemente scriteriate, di Rachid: "Se vedi un male, agisci, parla, o almeno non accettarlo nel tuo cuore". Lei aveva il potere di agire e lo ha fatto ed ora Rachid è in una condizione di maggior tutela. Per questo le va la mia riconoscenza ed il mio grazie.









