Il Garantista, 18 febbraio 2015
Ci scrive la moglie del signor Roberto Jerinò, morto - secondo la denuncia - per noncuranza e disattenzione del carcere di Arghillà (Reggio Calabria). In seguito alla denuncia fatta in queste stesse pagine, Enza Rruno Rossio, deputata del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, ha presentato una interrogazione parlamentare al Governo. Al momento, le indagini dirette dal pubblico ministero, dott. Giovanni Calamita, stanno procedendo e ci auguriamo che ci siano risvolti positivi affinché sia fatta giustizia.
Mi chiamo Caterina Gligora e sono la moglie di Roberto Jerinò. A distanza di un mese e mezzo dalla morte di mio marito e dopo la peggiore sentenza che poteva essere emessa nei suoi confronti nel processo di appello in cui era imputato, per la prima volta scrivo queste poche parole per ricordare il suo nome.
Prima di ogni cosa, non posso esimermi dal ringraziare pubblicamente, a nome mio e di tutta la mia famiglia, il Sig. Michele Caccamo e questa speciale sezione del Garantista "Lettere dal Carcere" che primi fra tutti, il 6 gennaio 2015, hanno ricordato mio marito raccontando la sua tragica fine. Un ulteriore ringraziamento lo rivolgo a Marco Pannella e Emilio Quintieri e tutti coloro che stanno facendo luce sul caso di mio marito.
Sono una moglie, una madre e, soprattutto, una cittadina di questo Paese, sconcertata da quello che è successo, che oggi chiede Giustizia per quello che è accaduto a mio marito. Il 26 ottobre 2014, mio marito, un uomo buono ed educato, veniva colpito da un malore improvviso per cui sarebbe stato necessario un suo immediato ricovero in ospedale, ma così non fu e, quindi, aveva inizio il suo lungo calvario che lo ha portato alla morte il 23 dicembre 2014 presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria. Eppure, mio marito, tra le mura fredde di quella cella del carcere di Arghillà, cercava aiuto, ma nessuno che avesse le competenze per farlo lo ha aiutato, aveva il diritto di essere curato, aveva il diritto di vivere. Mi domando, ma in quale mondo viviamo?? In che Paese viviamo?
Sono scioccata per tutto quello che ho visto negli ultimi due mesi di vita di mio marito. Non c'è umanità, questa è la fine del mondo. Vivere nelle carceri, significa vivere nel silenzio ogni sofferenza, essere isolati dal resto del mondo e si deve essere tanto forti perché il sostegno lo puoi ricevere tutto al più, un'ora a settimana dalla famiglia. Dinanzi al rigetto degli arresti domiciliari, la mia famiglia è caduta nello sconforto più totale.
Mio marito aveva bisogno di cure e di affetto familiare, ma gli sono stati negati. Mi domando ancora una volta, ma quando succedono queste ingiustizie, lo Stato dov'è? I nostri politici pensano solo come possono salire al potere? Questa è una vergogna!
Quello che è successo a mio marito, è successo anche ad altri detenuti, ma il problema è che domani potrebbe succedere ancora e noi non possiamo accettarlo. Sono tanto arrabbiata con lo Stato, perché non effettuano controlli per rendersi conto di questa difficile o addirittura mostruosa realtà delle carceri italiane e dei numerosi casi di mala sanità che attanagliano il nostro Paese. Hanno distrutto la mia vita e quella dei miei figli e che, per questo, finché avremo l'ultimo sospiro vogliamo che venga fatta giustizia e che i responsabili paghino le loro colpe. Ci affidiamo alla magistratura competente, per individuare tutti i colpevoli della morte di mio marito che non meritava l'ingiusta fine che ha fatto. Nessuno merita di morire così!
In ultimo mi chiedo se la sera, il/i responsabile/i riescono a dormire in pace e se hanno la coscienza pulita. Di una cosa sono certa, un giorno dovrà o dovranno dare conto a Dio, perché solo lui dà la vita e solo lui può toglierla. Siamo tutti figli di Dio e mio marito lo era pure, ma, nonostante ciò, dopo tante ingiustizie che ha subito, gli è stato negato di entrare in Chiesa per avere un degno funerale.
Chi è l'uomo per decidere chi deve entrare e chi non deve entrare nella Casa di Dio. Grido con tutta la mia voce, la vergogna per quello che è successo a mio marito. Con questa mia lotta, mi unisco a tutte quelle persone e quelle famiglie, che stanno soffrendo come me e la mia famiglia. Mi rivolgo anche a loro, non dobbiamo smettere di lottare e di chiedere che sia fatta giustizia. Rispetto per ogni vita umana, perché essa è un dono di Dio.









