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Carlo Nordio

 

Il Messaggero, 7 marzo 2015

 

I provvedimenti che il governo intende introdurre per combattere la corruzione si possono riassumere così: aumento delle pene e allungamento dei termini di prescrizione. Nella maggioranza si è aperto un vivace dibattito, cioè uno scontro, e si è persino parlato di crisi. Sarebbe un peccato che la stabilità politica, di cui il Paese ha tanto bisogno, fosse compromessa da questioni così futili. L'aumento delle pene infatti non produrrà né vantaggi né danni. In un sistema sfasciato come il nostro, dove i processi sono eterni e le sanzioni incerte, è illusorio pensare che la minaccia di un'ipotetica galera possa intimidire i corrotti.

Per capirlo basta formulare una semplice domanda: credete davvero che, se la corruzione fosse stata punita con due o tre anni in più, episodi come l'Expo o il Mose non si sarebbero verificati? Perché se credete a questo potete anche credere all'asinello che vola.

Sulla prescrizione invece il discorso è più serio, ma di facile soluzione. Per i pazienti lettori digiuni di diritto proverò a spiegarlo in termini semplici. Prescrizione significa che, passato un certo numero di anni, il delitto si considera come non avvenuto. Questo lasso di tempo, in giuridichese chiamato "termine", è tanto più lungo quanto più il reato è grave. Alla fine, però, quasi sempre cala il sipario: il tempo non è solo padre di verità, ma anche di oblio.

L'esempio più lacerante fu il processo a Klaus Barbie, il boia di Lione. La Francia non lo processò per l'omicidio di Jean Moulin, perché erano passati quarant'anni. Il macellaio gestapista fu invece condannato per delitti contro l'umanità, tanto gravi da esser considerati imprescrittibili. Da noi funziona, più o meno, allo stesso modo.

La tradizionale giustificazione di questa scelta è che, con il decorso degli anni, lo Stato perde interesse a punire. Ad essa se n'è però aggiunta, di recente un'altra, secondo noi più importante e razionale: che se la lunghezza del processo dev'essere ragionevole, come vuole la Costituzione, un cittadino non può restare indefinitamente sulla graticola giudiziaria. Una volta inquisito, egli ha il diritto di sapere, entro un termine certo e possibilmente breve, se sarà condannato oppure no.

E qui arriviamo al nocciolo della questione. Gli attuali termini di prescrizione sono troppo brevi per giustificare la rinunzia dello Stato a punire, ma anche troppo lunghi per la tollerabilità emotiva di una persona inquisita. Si prenda la frode fiscale, o la gran parte dei reati economici: si prescrivono, grosso modo, in otto anni. È ragionevole pensare che dopo così poco tempo lo Stato perda interesse a incriminare l'evasore?

Evidentemente no, anche perché questi reati sono di accertamento difficile, richiedono esami documentali, riscontri bancari e altro: quando arriva la denuncia metà dei termini è già trascorsa. E nessuno griderebbe allo scandalo se fossero aumentati, e anche raddoppiati. Ma sette o otto anni sono anche troppi per la durata di un processo. Uno Stato che non sappia concludere in un tempo così lungo è a dir poco incivile: perché per l'inquisito, innocente o colpevole che sia, questi anni sono un'eternità. Aumentarli, come si vorrebbe far ora, sarebbe una dichiarazione di rassegnata impotenza: peggio che un crimine, sarebbe un errore.

Si possono comporre i due interessi, quello collettivo a punire il reato e quello individuale alla rapidità del giudizio? Certo che si può. Basta far decorre i termini di prescrizione non, come accade ora, dalla commissione del delitto, ma dal momento in cui il malcapitato viene inquisito. Distinguere cioè la prescrizione del reato, che è troppo breve, da quella del processo, che è troppo lunga. Lo Stato può anche aspettare anni prima di accorgersi che un crimine è stato commesso; ma non può tenere per decenni il l'imputato nell'incertezza. Può accusarti anche dopo dieci anni, ma non impiegarne altrettanti per assolverti o condannarti. Semplice vero? Forse troppo per essere realizzabile. Perché il genio dell'ovvio, diceva Pascal, è come la troppa luce: ti impedisce di vedere.