di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 26 marzo 2015
La lotta alla corruzione è un terreno sterminato di raccolta di consenso elettorale. Le ultime statistiche Ocse dicono che in Italia la percezione della corruzione nelle istituzioni governative e locali sfiora il 90%. La più alta di tutta l'Europa. Si badi bene, la corruzione percepita, non quella effettiva. La corruzione, perciò, costituisce un argomento capace di mobilitare, di dare forza politica, di spostare gli equilibri di potere, di muovere le masse. È tema delicato non solo la corruzione in sé, ma anche la strumentalizzazione che può essere fatta dell'argomento. Se la corruzione altera l'attività amministrativa e danneggia cittadini e collettività, l'esaltazione dell'argomento incide a sua volta sugli equilibri istituzionali e li altera, ha un'influenza sul consenso ai partiti e alle istituzioni.
Storicamente, del resto, tutti i populismi hanno tratto la loro forza dalla necessità di lottare contro la corruzione. E, spesso, su tale necessità si sono appoggiate le svolte autoritarie. In questa prospettiva, allora, diventa inevitabile cercare di guardare la questione della corruzione sotto tutti e due gli aspetti. Sul primo, quello di una effettiva lotta alla corruzione, c'è l'attenzione di tutti. E, quindi, è inutile ripetere. Sul secondo, e cioè sull'uso della lotta alla corruzione come strumento di alterazione del gioco democratico, non si sofferma quasi nessuno. Bisognerebbe, invece, cominciare a chiedersi se le forzature giudiziarie in alcune inchieste, che riguardano la pubblica amministrazione, non vadano guardate solo come eccessi inammissibili, ma costituiscano veri e propri attacchi al corretto funzionamento delle regole della democrazia. Inchieste come quella su Mafia Capitale o sulle Grandi Opere, che occupano le prime pagine di tutti gli organi di informazione, ma che allo sguardo dei tecnici si palesano un po' leggere, che effetto hanno sugli equilibri democratici?
Certamente mantengono alta, se addirittura non incrementano, quella percezione vicina al 90% di cui riferisce l'Ocse. E, dunque, rafforzano il partito, trasversale, che della lotta alla corruzione fa l'elemento centrale della sua raccolta di consenso. Al tempo stesso rendono più difficile l'opera di chi vuol guardare avanti e riformare il Paese. Tengono, in fondo, il paese inchiodato alla percezione del 90% ed a tutto ciò che ne consegue. Ovviamente, queste considerazioni non intendono affatto dire che la lotta alla corruzione non deve essere fatta, né che non debba essere una lotta senza quartiere. Il punto è che, nel momento in cui in Italia la percezione è del 90% ed è superiore a quella percepita negli altri paesi europei, tutti, sorge il dubbio che vi sia una componente artificiale. Gonfiata appositamente per alterare il gioco democratico delle istituzioni. Quella percezione serve ad impedire che sia riequilibrato il potere tra magistratura e politica, serve a dare spazio politico significativo anche a chi non ha alcuna reale proposta politica, serve a mantenere una amministrazione opprimente attraverso le sue mille, spesso incomprensibili, procedure. L'importante è che i sudditi non abbiano il coraggio di ribellarsi e di chiedere di essere trattati da cittadini. Ed il mostro della corruzione è perfettamente funzionale a questo scopo.










