risponde Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 7 gennaio 2015
Caro Furio Colombo, in un recente articolo, Valter Vecellio definisce i metodi di cattura, prigionia e interrogatorio che hanno segnato l'America di Bush uno dei tanti frutti perversi della "Ragion di Stato", la stessa che viene invocata per non svelare segreti e non rendere pubblici certi documenti. Sono convinto anch'io (e dunque d'accordo con i Radicali) che la "Ragion di Stato" è l'impenetrabile scudo di decisioni arbitrarie. Ma la "Ragion di Stato" non ha impedito le rivelazioni americane. Allora perché non avviene anche nel nostro Paese?
Gianfranco
Ho ascoltato l'articolo di Vecellio letto nella rassegna stampa mattutina di Radio Radicale (e che era stato pubblicato quel giorno, 4 gennaio, da "Il Garantista"). Sono ovviamente d'accordo sia con la campagna che i Radicali conducono da sempre contro la sparizione di interi ed essenziali fatti e decisioni della vita italiana sotto il cemento del segreto di Stato, sia con la narrazione della esemplare vicenda americana: la senatrice Diane Feinstein, entrata in possesso di documenti sul comportamento di vari diversi servizi impegnati nella lotta al terrorismo, per ragioni del suo lavoro parlamentare, ha preso la decisione di renderli pubblici, perché disumani, con l'intento di denunciare una violazione grave delle leggi americane e della Costituzione del Paese.
È stata accusata di tradimento da Dick Cheney, un personaggio disposto a tutto, che era stato vice presidente di George W. Bush e che, con l'occasione e il pretesto di difendere il suo capo, adesso attribuisca a Bush tutta la responsabilità di ciò che, di illegale, è accaduto sotto la sua presidenza.
Di suo era arrivato al punto da far trapelare l'affiliazione "coperta" alla Cia - dunque creando un immediato pericolo di vita - contro personaggi che avevano smentito lui e Blair e avevano avversato la guerra in Iraq, dimostrando che non vi erano armi di distruzione di massa.
Ha ragione di nuovo Vecellio quando ricorda che si deve a Blair e a personaggi come questi se una guerra terribile ma evitabile è scoppiata in anticipo per sventare l'accordo quasi perfezionato di esilio e di abbandono del potere per Saddam Hussein a cui avevano lavorato fin quasi al successo i Radicali italiani. Tutto ciò però non era segreto di Stato ma politica cieca, che ha condotto migliaia di americani a una guerra rovinosa e a una morte inutile, e ha provocato il disastro che dura tuttora e minaccia il crollo di quella parte del mondo.
Per questo la senatrice Feinstein ha potuto rivelare ciò che ha rivelato senza incorrere in alcuna accusa di tradimento (la violenza di Cheney è in vista della elezioni presidenziali del dopo Obama). Lo ha fatto perché ha coraggio e ha voluto tener fede al giuramento costituzionale di rispondere ai suoi elettori.
Molti italiani avrebbero potuto farlo in circostanze simili, ma hanno ritenuto utile e prudente tacere. E vorrei difendere Obama dalla accusa di "non aver mosso un dito". L'avversione di alcuni potentati del Pentagono contro il presidente è storia nota quasi solo in America e poco narrata anche in quel liberissimo Paese.
Infatti Obama stesso ha scelto la strada di aggirare quasi in silenzio certi ostacoli, per esempio svuotando a poco a poco Guantánamo con ordini presidenziali che non passano dal Congresso, sulla base di vari espedienti sostenuti di volta in volta dai media liberal e avversati ferocemente da quella Fox Television che è la fonte delle accuse di Cheney. Per capire la gravità della opposizione che assedia Obama si pensi che un presidente che ha mantenuto tutte le sue promesse, cominciando dalla riforma del sistema sanitario, e ha portato a una crescita del suo paese unica al mondo, del 5 per cento, ha perduto la maggioranza alla Camera e al Senato.
Ma è vero che il segreto di Stato pesa su quel Paese e sul nostro, dove però è "dichiarato" dieci volte di più che negli Usa, dove non si fanno avanti senatori come Feinstein, dove da decenni si bloccano inchieste e processi e accertamenti di fatti, in molti casi gravissimi. È questa la battaglia, combattuta da Pannella e dai Radicali per decenni, e sempre attualissima, in difesa dello Stato di diritto contro la ragion di Stato, di cui ha parlato Vecellio, nel suo ultimo articolo.
Furio Colombo











