di Dante Benelli
www.laprovinciacr.it, 24 febbraio 2015
Chi scrive è fermamente convinto del fatto che non sono le affermazione lanciate su Facebook in occasione del suicidio di un detenuto a ledere l'immagine dell'amministrazione penitenziaria ma sono le condizioni degradanti in cui la popolazione carceraria è permanentemente costretta a vivere.
Noti personaggi della politica e dell'amministrazione gettano in pasto all'opinione pubblica il noto principio costituzionale della rieducazione del condannato e nel contempo mantengono stipati e ampiamente in soprannumero decine di migliaia di detenuti costretti a vivere in anguste celle diroccate e maleodoranti impiegando effetti letterecci consunti, tutte questioni aggravanti che contribuiscono ad abbruttire e avvilire il cittadino che ha sbagliato e che per lui la legge prevede la restrizione della libertà.
In questo universo reso invivibile dall'ipocrisia della politica dominante anche chi è preposto alla vigilanza ne paga le conseguenze e ad essi va il mio plauso per il lavoro che quotidianamente compiono in ambienti estremamente degradati. In un Paese che si ritiene civile il detenuto dovrebbe fruire dei cosiddetti spazi minimi vitali, abitare quindi una cella con adeguati servizi, idoneo vettovagliamento e vigilanza conformata al numero dei detenuti.









