di Gemma Brandi (Psichiatra psicoanalista)
Corriere Fiorentino, 6 marzo 2015
Caro direttore, lo sprezzante cinismo e l'arrogante superficialità con cui degli operatori penitenziari hanno commentato il suicidio di un recluso sono stati in grado, per antitesi, di portare a galla il ricordo di un giovane agente di Polizia Penitenziaria calabrese che conobbi negli anni Ottanta: Spallato, di nome ma non di fatto, era un ragazzo fermo e gentile. Intanto perché parlo di cinismo.
La sofferenza, intima o esportata all'esterno, giustifica il lavoro di chi opera nei settori sanitario, sociale, giudiziario, della sicurezza e dunque meriterebbe il rispetto che si porta a ciò che si fa, per quanto complesso sia affrontarla. Il cinico - letteralmente colui che vive come un cane - avendo pagato in anticipo, si sente autorizzato a compiere malefatte senza sperimentare colpa. Se la sua anestesia etica non si concilia con il compito di rispondere al dolore, il degrado imboccato dalle carceri italiane - e a girare dalle altre istituzioni: scuola, strade, sanità, giustizia - corrobora tendenze ciniche strutturali grazie al diffuso, persistente, gratuito supplizio che accomuna agenti e reclusi trasformando la pena in punizione e il lavoro in tormento, e alimentando una profonda certezza creditoria.
Questo non giustifica gli atteggiamenti sotto accusa, ma li rende meno inspiegabili e ammette la prevenzione di gesti degenerati grazie a una ritrovata sollecitudine per il grido di aiuto che si leva dal carcere, e non solo oltre le sbarre. È che il crimine sembra avere poco a che fare con il bello comunemente inteso, specie a chi, dotato di mediocre sensibilità artistica, evoca scontate bellezze, ma non avverte l'incanto delle vicende umane, la magnanimità creativa della sofferenza, l'ispirazione artistica della trasgressione che pure riempie le pagine della letteratura e del cinema.
Tali forme nascoste del bello spingono una diciottenne newyorkese di oggi a definire, non importa quanto consapevolmente, il carcere cool, come sanno bene i fratelli Taviani. E ora un breve accenno alla superficialità. Gli osceni commenti sulla morte di un romeno imprigionato suscitano la pressoché unanime condanna. La sottovalutazione del rischio di diffonderli è prova di superficialità, forse facilitata da un uso poco critico della rete, quindi del "vizio supremo", stando all'Oscar Wilde di De profundis, il testo che scrisse da detenuto, auto accusandosi di superficialità appunto.
Per agire con autorevolezza servono pensiero e convinzione: né l'uno, né l'altra si colgono nelle macabre frasi in oggetto. Veniamo infine a Spallato. Non ricordo il nome proprio del giovane agente dagli occhi azzurri, un Gran Normanno "gettato" ventenne a lavorare in un Ospedale Psichiatrico Giudiziario. Ero allora una psichiatra di poco più adulta. Osservai che, quando nella sezione montava di servizio lui, il luogo era tranquillo, contrariamente al solito.
Lo interrogai su tale disparità, ottenendo questa spiegazione: "Ho fatto un esperimento, se non rispondo alle domande degli internati e non sono garbato e disponibile nei loro confronti, smonto dal turno stanchissimo. Se invece presto attenzione alle loro richieste e faccio il possibile, non l'impossibile badi, per soddisfarne i bisogni, torno in caserma riposatissimo". Chiamai questo "il metodo Spallato", il metodo che consiste nel lavorare meglio per lavorare meno.
Quel giovane aveva scoperto da solo la condotta che pagava con i malati di mente, e direi con gli uomini in genere: una forma di rispetto gentile per l'altro, per umile e fastidiosa che appaia la sua condizione, senza strafare. Il carcere forma o deforma. Di Spallato non ho avuto più notizia. Talvolta mi domando dove sia oggi, dove lavori, dove applichi e se applichi ancora il suo metodo. Certo il suo cuore non era cinico e voglio sperare che il carcere lo abbia ulteriormente formato, come ha fatto e potrebbe fare con molti operatori penitenziari e in tal caso anche con molti detenuti.











