di Fausto Cerulli
Ristretti Orizzonti, 23 gennaio 2015
Si parla speso di persone che muoiono in incidenti stradali, di gente che si suicida pe una delusione amorosa, magari di persone che gli casca un albero in testa, ma i giornali non parlano mai delle persone che muoiono in carcere, per quella orrenda antica malattia che si chiama carcere.
Eppure sono numeri che dovrebbero far riflettere e che rispecchiano la civiltà o meglio la mancanza di civiltà del nostro paese. Un paese in cui ufficialmente è sta abolita la pena di morte, recentemente anche dalla Città del Vaticano, ma cui tale pena viene ancora eseguita, come conseguenza di una pena comminata da un giudice o spesso come conseguenza di una pena che potrebbe essere comminata, se e quando la nostra giustizia lenta come un coniglio azzoppato emetterà il verdetto.
Così, nella indifferenza assoluta del mass media o come cavolo si chiamano, troppa gente non resiste alla carcerazione, preventiva o definitiva che sia. Gli agenti penitenziari sono pochi, spesso avviliti dal loro mestiere di aguzzini per forza, ed intervengono soltanto a suicidio avvenuto. Dall'inizio dell'anno quasi cinquanta persone, perché sono persone, e non soltanto numeri in detenzione, si sono tolte la vita nelle carceri italiane.
In carcere nessuno si uccide per rimorso, la morte viene dall'angoscia, dalle ristrettezze fisiche e psicologiche del carcere, dalla assoluta assenza di un'assistenza ai più deboli, ai più fragili. Spesso è ridicolo in numero degli assistenti sociali rispetto a quello della popolazione detenuta.
Pensiamo bene alle parole, al loro cinismo consapevole o meno: "popolazione detenuta" quasi fosse un popolo nel popolo, ignorato dal popolo, una etnia dimenticata e trascurabile.
Sono anni oramai, sono secoli forse (dal tempo di Cesare Beccaria) che si sproloquia su una riforma delle carceri. Per ultimo ci ha provato il buon Gozzini, il quale per qualche leggero beneficio concesso ai detenuti, si fece fama di garantista, nel senso meno nobile della parola: le sue modeste innovazioni passarono per favoreggiamento alla delinquenza, quasi un incitamento a commettere reati.
Come avvenne per la legge Basaglia, che in una opinione pubblica forcaiola, significò slegare i matti da slegare. Non c'è governo, che appena partorito, non metta nel proprio bilancio preventivo una qualche riforma del sistema penitenziario, magari nel più ampio disegno di una riforma della giustizia; e non esiste governo che abbia provato a rispettare l'impegno.
Ora abbiamo un Governo del fare, ossessionato dalle riforme, che ha esautorato il Parlamento e lo stesso Consiglio dei Ministri, ma a questo governo, a mezzadria tra Renzi e Berlusconi, non passa neppure per la testa la situazione carceraria, alla culla oscena di troppe morti volontarie.
So già che i benpensanti, se e quando, raramente, vengono a conoscenza di un suicidio avvenuto in carcere, sono inclini a pensare che la gente si ammazza anche fuori del carcere, e che è colpa della depressione, di questo male oscuro curato a botte di pillole.
A nessun benpensante viene in mente che un suicidio in carcere sia qualcosa di molto differente. Il depresso si uccide perché si sente solo, il detenuto si uccide perchè è condannato ad esser solo, nella propria condizione esasperata, nella propria folla indicibile di pensieri.
Non credo che sarebbe una soluzione aumentare il numero degli psicologi incaricati di occuparsi dei detenuti; non credo che sarebbe rimedio aumentare il numero dei cosiddetti assistenti sociali. In Italia esiste, e quasi non esiste, un Garante regionale dei diritti dei detenuti: una figura che potrebbe essere determinante anche nel prevenire la piaga dei suicidi.
Se soltanto il Garante fosse fornito dei poteri che dovrebbero spettargli... il che non accade, è solo una illusione che si trasforma in delusione. Esistono Tribunali di Sorveglianza, che dovrebbero avere il compito di sorvegliare quello che accade in carcere, ma che si limitano a concedere o negare permessi premio, liberazioni "anticipate", altro termine orrendamente tecnico.
Alla piaga dei suicidi in carcere si può porre rimedio soltanto con una riforma della giustizia che garantisca un processo rapido e giusto, che proibisca la carcerazione preventiva, che applichi quella Costituzione che potrebbe essere la più bella del mondo, se soltanto venisse attuata; e nella quale si prevede che ogni individuo deve essere considerato innocente fino a condanna definitiva e che sancisce comunque che la pena debba avere come scopo la rieducazione del detenuto, il suo reinserimento nella vita civile.
Ma il carcere aggiunge pena a pena, moltiplica le afflizioni, spesso è luogo di tortura: in un Paese che non vuole inserire in codice oramai quasi secolare, la figura del reato di tortura. Così la gente continua a morire di carcere, nella indifferenza generale. E suonano patetiche, nel loro non essere ascoltate, le parole precise di Pannella, della sguarnita pattuglia radicale, e di qualche giornale garantista non soltanto di nome. I detenuti continuano ad uccidersi, e il loro grido di agonia si perde nel chiacchiericcio osceno della politica politicante.











