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di Tiziana Maiolo

 

Il Garantista, 3 marzo 2015

 

Dobbiamo solo sperare che sia colpevole, Massimo Bossetti, che abbia aggredito, seviziato e ucciso Yara Gambirasio. Perché, se così non fosse, ci troveremmo di fronte a uno dei maggiori scandali giudiziari del nostro Paese. E non ce ne è davvero bisogno, neppure dopo che il Parlamento ha votato la riforma sulla responsabilità civile dei magistrati. Perché in questo caso occorrerebbe chiamare in causa anche le forze dell'ordine, gli uomini del Ris (che in esibizionismi e prove muscolari non sono secondi a nessuno) e la gran parte dei giornalisti italiani. Il grande circo mediatico-giudiziario alla sbarra, tutti insieme.

Gli hanno costruito addosso un vestito che pare una bara di cemento: il dna, le immagini del furgone vicino alla palestra dove si era recata Yara quel 26 novembre 2010 prima di essere inghiottita nel nulla, le celle telefoniche, i fili di tappezzeria sugli indumenti di Yara compatibili a quelli dei rivestimenti interni al furgone, le immagini cancellate da un computer comprato usato da Bossetti, la testimonianza tardiva di una signora residente in un paese vicino.

Questi erano, fino a pochi giorni fa, gli indizi. Processualmente, con la sola eccezione del dna di Bossetti trovato su leggins e slip di Yara, alquanto fragili, facilmente rovesciabili da un bravo avvocato. E anche lo stesso dna nucleare, in assenza del corrispondente mitocondriale, può essere messo in discussione. Se in Italia la parola di ogni Pubblico Ministero non fosse vangelo, il bravo avvocato potrebbe anche sospettare che il vero assassino abbia in qualche modo "trasportato" tracce dei geni di Bossetti sul corpo di Yara. Ipotesi un po' romanzesca, certo, ma non lo sono anche troppo spesso certe suggestioni dei rappresentanti dell'accusa?

Noi non siamo in grado di leggere le 60.000 pagine del Pubblico Ministero. Ma speriamo che spieghino prima di tutto quando, dove e come è morta la vittima. E poi che abbiano trovato l'arma del delitto e il movente. Oltra al nome dell'assassino, naturalmente. Ma questa è l'unica risposta che ci è stata data finora: l'assassino, secondo l'accusa, si chiama Massimo Bossetti.

Ma succede in questi giorni qualcosa di singolare. Con il deposito degli atti - non è vero che siano pubblici, sono solo a disposizione delle parti, solo alcune delle quali hanno interesse a diffonderli - non pare ci siano risposte ai quesiti principali su prove e indizi, ma solo intercettazioni. Sì, frasi spezzettate e selezionate a effetto dei colloqui in carcere tra Bossetti, sua moglie e altri familiari, registrati tramite una cimice, così segreta che i detenuti l'hanno trovata dopo poche ore.

E a questo punto che la "prova regina" non è più quella del dna, ma le parole dell'imputato. E come se stessero cercando di trasformare Bossetti nel Pubblico Accusatore di se stesso. La sua accorata autodifesa viene liquidata con frasi del tipo "e dopo aver ripetutamente come al solito cercato di difendersi, diceva però che..." e giù la tesi dell'accusa.

Dice alla moglie di far sparire coltelli e coltellini? Sono sicuramente le armi del delitto, come se la sua casa, l'auto e il furgone non fossero stati passati al microscopio nelle perquisizioni. Dice che non gli interessano gli sconti di pena perché non ha niente da dire e comunque non potrebbe mai, con una eventuale confessione, dare un dispiacere alla sua famiglia? Colpevole e reo confesso.

Non dimentichiamo che, quando Bossetti fu arrestato, il ministro dell'interno Angelino Alfano disse: "Abbiamo arrestato l'assassino di Yara Gambirasio". Oggi noi aspettiamo di sapere, a quasi un anno di distanza, se è vero. Ma prima vogliamo capire perché, se il movente era di tipo sessuale, non ci sia stata violenza, e anche perché sul furgone di Bossetti non ci siano tracce di Yara, neanche del suo sangue prodotto dalle ferite trovate sul suo corpo. Dove è stata ferita la ragazzina, se non nel furgone? Nel campo di Chignolo, in una serata invernale di freddo e di pioggia? E di che cosa è morta?

Se nelle sessantamila pagine del Pm non ci sono queste risposte, Massimo Bossetti è innocente. E la procura di Bergamo ha sprecato quattro anni e mezzo di indagini. Infine, si prepari Bossetti a fare la sua causa di risarcimento per ingiusta detenzione e la causa civile allo Stato, se non c'è la prova delia sua colpevolezza. Perché Yara Gambirasio, la sua famiglia e noi tutti, abbiamo diritto a vedere un processo con le prove. E presto.