di Loris Cereda
Il Garantista, 14 aprile 2015
Una delle prime cose che saltano all'occhio come prova dell'assoluta disparità di diritti tra accusa e difesa nel processo penale italiano è la capacità di orientare l'opinione pubblica, per lo meno nei processi che non hanno una forza mediatica sufficiente ad entrare nei programmi televisivi. Alcune Procure adoperano in modo sistematico ormai una precisa strategia: fanno pervenire le veline ai giornalisti, i quali, ossequiosi al comandamento secondo cui il mostro va sempre sbattuto in prima pagina, sfruttano le "verità" scritte negli "atti" per confezionare l'immagine del presunto colpevole.
Tale rappresentazione pubblica, oltre a non aver niente a che fare con la Verità, spesso non ha nemmeno niente a che fare con quella verità che la Procura sta cercando di dimostrare. Se esistesse un ufficio stampa a disposizione degli arrestati che, con la stessa forza delle Procure, fosse in grado di ristabilire un principio di equità, anche l'opinione pubblica sarebbe in grado di farsi un giudizio equo su ciò che ad un uomo sta succedendo. E, magari, anche i procuratori della Repubblica userebbero maggior buon senso nel svolgere le loro mansioni.
Fatta questa premessa, vorrei portare a conoscenza del maggior numero di persone possibili il caso che mi è stato esposto da un semplice detenuto. "Egregio Signor Loris", mi scrive, "mi chiamo Pietro Noci, sono detenuto nel carcere di Opera. L'11 giugno del 2009 venivo arrestato per una serie di rapine nel Nord Italia, in seguito a un'indagine condotta dai carabinieri di Genova; il pubblico ministero di Genova trasmetteva gli atti alle varie Procure competenti.
Nel procedimento penale svolto nel capoluogo ligure venivo condannato sulla base di deduzioni investigative; dopo di che ben altri 6 Tribunali in sede dibattimentale mi hanno assolto dallo stesso faldone d'indagine. La conclusione del Ris è stata la seguente: 'Non compatibilità tra il volto del rapinatore con quello di Noci Pietrò. Ora il mio avvocato presenterà istanza di revisione del primo processo".
Ho sintetizzato la lunga lettera; nei fatti un uomo è in carcere per una vicenda finita in due processi diversi, che lo vedono innocente e colpevole. Sua moglie è costretta a sobbarcarsi un carico esistenziale ed economico tremendo, i magistrati che si sono interessati al caso magari fanno carriera. E noi, facciamo qualcosa? Siamo in grado di assicurare all'incredibile storia di quest'uomo la stessa indignazione suscitata in genere dal fatto di cronaca nera amplificato dai media? O la sventura di un innocente merita di essere oscurata?










