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di Agnese Moro

 

La Stampa, 15 febbraio 2015

 

A Roma un raggruppamento di realtà associative impegnate nella promozione della genitorialità in carcere e dei diritti dei bambini figli dei detenuti, ha condiviso e sostenuto un progetto elaborato dal Presidente della Consulta Penitenziaria di Roma Capitale, Lillo Di Mauro, per la realizzazione di una casa famiglia protetta, "La casa di Leda", in ricordo dell'onorevole Leda Colombini, fondatrice e animatrice per venti anni dell'associazione "A Roma insieme", www.aromainsieme.it.

Pochi giorni fa il progetto è stato presentato in una conferenza stampa a cui era presente l'assessore alle Politiche sociali di Roma Capitale, Francesca Danese. L'immagine utilizzata per spiegare a noi, che non la conosciamo direttamente, la situazione dei bambini che crescono in carcere con le loro madri, è quella dello stupore che questi piccolissimi provano nel vedere - uscendo dal carcere per una passeggiata - cose per noi banali come il cielo o le nuvole.

È uno stupore che ci dice molto su quello che questi bambini vivono; e che ci indica anche l'urgenza di un percorso diverso. Percorso che la legge (62 del 2011) prevede con la attivazione - appunto - di Case protette per ospitare madri (o padri) e bambini, ma delle quali, al momento, non c'è neanche un esempio. L'assessore Danese ha dato un'ampia disponibilità a mandare avanti il progetto, individuando luoghi idonei (la legge è precisa sulle caratteristiche strutturali e non che devono avere le Case protette) e le risorse finanziarie necessarie (il costo di gestione annuo è stimato dai promotori in 300.000 euro).

Nel Lazio (ed è il numero maggiore d'Italia) sono reclusi 18 bambini e 18 madri in gran parte straniere o Rom. Il progetto prevede di accogliere fino a un massimo di sei madri o padri con relativi figli e che nella casa famiglia vi siano attività e servizi affinché le/gli ospiti italiane/i, straniere/i e rom e i loro bambini abbiano garantite assistenza, educazione ed istruzione, e opportunità di socializzazione e inserimento lavorativo.

La struttura non si configura come spazio di contenimento e domicilio stabile, ma come luogo di passaggio dove ciascuno, sia le madri o i padri, sia i bambini e le bambine, abbiano l'occasione di sviluppare le proprie potenzialità in maniera armonica. Con la speranza che non si debbano più stupire dell'esistenza delle nuvole. Sarebbe davvero bello.