di Giancarlo De Cataldo
La Repubblica, 15 marzo 2015
Luca Argentero, faccia pulita e ironica, è un giovane delinquente. Non sappiamo - e non sapremo sino alla fine - di che misfatto si sia macchiato, ma comprendiamo subito che la galera "è casa sua". Tanto ci è avvezzo che, affezionato alla sua vecchia cella e al suo solito letto, fa di tutto per andarci in occasione dell'ennesimo arresto. Tragico errore. Perché nella vecchia cella, accanto ai soliti compagni di pena, tutto sommato bonaccioni, c'è una new entry: un boss della camorra, con il volto affilato, il tatuaggio rituale e l'istintiva crudeltà di Francesco Montanari. Fra i due carcerati, così diversi da risultare totalmente antitetici, è subito scontro.
Da questa situazione di partenza muove "Malavita", il "corto" diretto da Angelo Licata (produzione Rai/Riviera Film) ispirato al racconto "Pure in galera ha da passà à nuttata", vincitore del premio Goliarda Sapienza 2013. Giuseppe Rampello, l'autore del racconto, è un condannato in espiazione di pena. Il premio, dedicato a una grande autrice scomparsa che conobbe il carcere, ideato e animato dalla scrittrice e giornalista Antonella Bolelli Ferrera, raccoglie storie scritte da carcerati, discusse ed elaborate con il concorso di tutor (sarebbe lungo elencarli tutti, si va, per dire, da Carlo Verdone a Erri De Luca, passando per Scurati, Lucarelli, Melandri, Parrella, Buticchi, Moccia), e infine pubblicate, con scadenza annuale, dalle Edizioni Eri. E ora, a partire da "Malavita", arrivano i "corti".
L'idea di fondo è che il migliore antidoto all'alienazione della pena sia rappresentato dalla cultura. È un'idea che affonda radici direttamente nella nostra Costituzione, che nell'articolo 27 spiega come alla pena, oltre alle tradizionali funzioni di espiazione per il reato commesso e di monito perché non se ne commettano in futuro, sia soprattutto rimesso il compito di emendare il condannato in vista del suo ritorno alla vita civile. Dovrebbe essere chiaro a tutti - ma quasi mai, purtroppo, lo è - che un carcere concepito come mero strumento di esclusione non è suscettibile in alcun modo di migliorare le persone condannate. Semmai, può solo incattivirle, e, dunque, peggiorarle. Al contrario, un carcere che consenta di sfruttare la pena come occasione di crescita (e di cambiamento) giova a tutti: soprattutto a chi i reati non li commette e, talora, ne è vittima. E la cultura può rappresentare davvero una poderosa fonte di riscatto.
Sono idee difficili da digerire, ma per fortuna le vocazioni non mancano, come dimostrano, da un lato, gli autori coinvolti, dall'altro l'adesione, sempre crescente, da parte dei carcerati e il lavorio intenso di chi ha la responsabilità di mandare avanti il sistema penitenziario. Il carcere non è la gehenna dei tempi andati, e nemmeno l'hotel a cinque stelle evocato, anni fa, da un ministro della Giustizia. È, e resta, per sua natura, un luogo di sofferenza, nel quale l'indifferenza può generare tragedie, ma che il concorso di slanci ideali e fattive volontà può trasformare in laboratorio di progresso. Certo: scrivere un bel racconto o prendere una laurea muovendo dall'analfabetismo (accade anche questo, fra le mura dei penitenziari italiani) non garantisce sulla riuscita del progetto di cambiamento. Ma può rappresentare un punto di partenza opportuno e necessario. Il resto del lavoro tocca farlo a noi, alla società: esperimenti come il premio Goliarda Sapienza possono rivelarsi preziose occasioni. Quanto al "corto" "Malavita" è, senza mezzi termini, un gioiellino.
La storia scritta da Rampello è brillante e ben sceneggiata, è così la "confezione". Tutto si svolge nell'antico, ormai dismesso carcere delle "Nuove" di Torino. Chi non ha mai varcato la soglia di una prigione si renderà conto di che cosa significa vivere in quegli spazi. Di quale paradossale e inestimabile valore possa avere il possesso di un letto dal quale penetra la luce del mondo esterno, il profumo della rugiada, il canto di un uccello. Immagini che spiegano molto più di qualunque dotto dibattito sul nesso pena/redenzione: che la RAI abbia deciso di produrre questa storia fa onore alla mission del servizio pubblico.
Grandi sentimenti in piccole azioni: il "corto" è un formato difficile da maneggiare, un po' come accade per il racconto, si deve lavorare su tempi brevi, emozioni bruciate in rapida sequenza. In questo caso gli autori ci sono riusciti benissimo, aiutati da interpreti in stato di grazia: accanto ai protagonisti - bravissimi, ispirati - merita una menzione la maschera dolente di Hedy Krissane, che impersona un detenuto extracomunitario complice, suo malgrado, del feroce Montanari.










