di Alberto D'Argenio
La Repubblica, 3 agosto 2020
La svolta nel semestre tedesco, in sintonia con la Francia: per la prima volta un piano strategico. Nel budget 16 miliardi per sistemi militari e spazio. Sarà il semestre della Difesa europea, quello iniziato il primo luglio con la presidenza di turno tedesca dell'Unione. Su spinta di Germania e Francia, l'Europa per la prima volta si dota di un bilancio comune per le spese militari.
Tra la fine dell'estate e l'autunno, poi, Berlino lancerà lo Strategic Compass continentale con l'obiettivo di identificare entro un paio d'anni le minacce alla sicurezza europea e concentrare le risorse comuni e nazionali sulle spese necessarie a dare loro una risposta. A spingere Merkel e Macron verso una sovranità militare europea il temuto disimpegno dell'America trumpiana dalla Nato, concretizzato dal ritiro di 12 mila soldati dalle basi tedesche, tenendo però sempre conto che ciò che è utile alla costruzione di forze continentali è utile anche all'Alleanza atlantica che gli europei certo non vogliono smantellare.
Nel budget dell'Unione 2021-2027 approvato all'alba del 21 luglio dai leader europei insieme al Recovery Fund, compare una voce di bilancio inedita, specifica per le spese militari: 3 miliardi per la Difesa e 13 miliardi per lo Spazio. Un primo passo importante anche se gli stanziamenti sono dimezzati rispetto a quanto chiedeva la Francia, che puntava fino a 9 miliardi per la Difesa. Anche lo "Schengen militare" è stato corretto al ribasso. Meglio noto come "Mobilità militare" il progetto che dovrebbe facilitare il movimento delle forze armate all'interno dell'Unione è passato dai 6,5 miliardi di euro ipotizzati in un primo tempo a 1,5 miliardi di euro nel compromesso del vertice. Al Fondo europeo per la pace, lanciato dalla precedente Commissione per finanziare le missioni di sicurezza e di difesa comune, andranno 5 miliardi di euro in sette anni rispetto a una prima ipotesi che andava fino a 10,5 miliardi di euro.
Contro il ridimensionamento delle somme alcuni parlamentari ed ex ministri europei si erano mobilitati prima del vertice con un appello per evitare quello che hanno definito un "grave errore strategico". Se è vero che i tagli erano già stati proposti dalla presidenza finlandese, la crisi del Covid ha accelerato la tendenza.
"È profondamente sbagliato perché sappiamo che le minacce già esistenti non sono scomparse e anzi rischiano di aggravarsi" sottolinea Hélène Conway-Mouret, vicepresidente del Senato francese e tra le promotrici dell'appello sottoscritto in Italia anche da Laura Garavini, responsabile Pd alla commissione Difesa e dall'ex ministra Roberta Pinotti. "L'emergenza del Covid aumenterà l'instabilità alla periferia dell'Unione in Paesi con sistemi politici già fragili - spiega Conway-Mouret - e aggrava il confronto tra Stati Uniti e Cina, mentre le istituzioni di governance globale sono denigrate e messe da parte".
Anche se con stanziamenti inferiori a quello che speravano alcuni, l'Europa della Difesa entra finalmente nel vivo. Per accedere ai fondi, serviranno progetti industriali che comprendano almeno tre soggetti provenienti da tre partner Ue differenti. L'obiettivo di Bruxelles è il superamento della frammentazione delle forze armate del continente con lo sviluppo di una di capacità comuni armonizzate, senza doppioni e sprechi, alla ricerca di una autonomia strategica della Ue. Insomma, si parte da ricerca e competitività dell'industria europea per arrivare a forza armate dei vari stati membri perfettamente interconnesse e complementari tra loro. Appunto, la nascita della Difesa europea. Le incognite sono molte basta vedere gli ostacoli che ha dovuto superare il primo embrione di difesa europea, quello lanciato nel 2017 e ufficializzato con il trattato di Aix-la-Chapelle firmato da Merkel e Macron nel 2019.
Lo sviluppo di uno due progetti pilota (Fcas, Future Combat Air System), che in prospettiva vuole creare una piattaforma militare di comunicazione integrata, tra caccia, satelliti, missili e droni, al quale si è aggiunta la Spagna, è stato a lungo bloccato dalla rivalità tra i vari protagonisti industriali, tra cui il colosso francese Dassault e la componente militare di Airbus in cui i tedeschi hanno un peso rilevante. Ulteriore ritardo è stato causato dalle reticenze nel Bundestag ad approvare le varie tranche di finanziamento.
Alla difficoltà di trovare compromessi tra Parigi e Berlino - si pensi anche all'embargo deciso dalla Germania sulla vendita di armi verso l'Arabia saudita - si sono aggiunti i problemi legati all'altro progetto pilota dell'accordo franco-tedesco, lo sviluppo del "tank del futuro" oggetto di tensioni tra costruttori come il gruppo Rheinmetall e Knds, la joint venture tra il tedesco Krauss Maffei Wegmann e il francese Nexter. Intanto, fuori dallo schema franco-tedesco, avanza il progetto europeo rivale al Fcas, il Tempest a cui partecipano Regno Unito, Italia e Svezia. "Credo che sarebbe logico accordarsi per evitare che in futuro l'Europa si ritrovi con due piattaforme concorrenti", commenta la senatrice francese Conway-Mouret.
Nel nuovo piano europeo quello industriale sarà il primo passo verso la creazione di una vera sovranità militare continentale. Premessa fondamentale affinché questo accada, il salto politico con lo "Strategic Compass". Sarà lanciato a breve dal governo tedesco in quanto presidente di turno dell'Unione e coinvolgerà istituzioni e capitali per identificare tutti insieme le minacce e le sfide strategiche alle quali l'Unione dovrà dare risposta.
Ciò che ne conseguirà sarà la definizione della priorità dei progetti e delle iniziative sulle quali far convergere le risorse del nuovo bilancio per la Difesa Ue. Anche sullo "Strategic Compass" si addensano ombre. L'urgenza di creare "un'autonomia strategica europea", secondo le parole di Macron, potrebbe svanire in caso di un cambio alla Casa Bianca nel prossimo novembre. "La finestra di opportunità aperta con la presidenza di Trump potrebbe allora richiudersi", teme il senatore francese Jean-Marc Todeschini già sottosegretario alla Difesa.
Il salto politico finale sarebbe quello di una vera politica estera e di difesa comune, raggiungibile solo eliminando l'unanimità, e dunque il diritto di veto, sulle decisioni internazionali dei governi europei. In autunno partirà la Conferenza sul futuro dell'Ue con l'obiettivo di tracciare l'identikit delle riforme istituzionali con le quali rilanciare il progetto europeo. L'introduzione del voto a maggioranza in politica estera è tra le priorità dei governi e dei gruppi dell'Europarlamento favorevoli alla nascita di quell'Europa politica e geopolitica cara a Ursula von der Leyen e Macron. Ma resta l'incertezza sulla possibilità che la Conferenza sfoci in un vero e proprio processo di revisione dei trattati Ue che in molti vorrebbero completare entro il primo semestre del 2022, quando a guidare l'Europa ci sarà la presidenza di turno francese.










