di Bill Emmott*
La Stampa, 15 febbraio 2025
Se l’Ue vuole tutelare la propria sicurezza dovrà essere un partner coraggioso e ambizioso per l’Ucraina. Quello che può fare oggi è impegnarsi a continuare ad approvvigionare Kiev con armi e aiuti finanziari. Donald Trump sta proponendo di capitolare a vantaggio della Russia o no? I messaggi riguardanti la guerra in Ucraina sono vaghi e confusi come non mai, che provengano dallo stesso presidente Trump a Washington o dal suo segretario della Difesa Pete Hegseth e dal vicepresidente JD Vance in viaggio in Europa. A prescindere dalla realtà, due cose sono ormai evidenti: niente potrà o riuscirà a sistemare le cose fino a quando non si svolgeranno seri negoziati tra la vittima, l’Ucraina, e l’invasore, la Russia, e quindi panico, sdegno o disperazione preventivi sono inutili; secondo, se l’Europa intende tutelare la propria sicurezza sul lungo periodo dovrà essere un partner coraggioso, ambizioso e forte per l’Ucraina, sia subito sia in futuro.
Non si tratta di niente di nuovo. I leader europei devono comprendere come proteggere adeguatamente gli interessi delle rispettive nazioni in un mondo nel quale la partnership con gli Stati Uniti è nel migliore dei casi sospesa, nel peggiore cancellata. Questo significa che lusingare Donald Trump o fargli concessioni non soltanto è una perdita di tempo ma è anche controproducente. L’Europa deve dare prova di forza, non di piaggeria, nei confronti di entrambi i dittatori bulli che ha di fronte, Donald Trump e Vladimir Putin.
Naturalmente, l’Europa è divisa. Ma lo è sempre, e per questo motivo è fondamentale l’Unione europea; per questo motivo perfino l’Ue deve operare spesso con coalizioni di volenterosi, più che con un consenso pieno. L’Ue è rimasta divisa per tutto il tempo della guerra in Ucraina, eppure ha fatto molto. Secondo l’Ukraine Support Tracker compilato dal Kiel Institut tedesco, tra gennaio 2022 e dicembre 2024 i Paesi e le istituzioni europee hanno fornito aiuti militari, umanitari e finanziari all’Ucraina per 132 miliardi di euro, rispetto ai 114 miliardi dati dagli Stati Uniti, e si sono già impegnati a darne per altri 115 miliardi.
Funzionari ed esperti ucraini sono realistici sulla situazione del loro Paese. Se l’America dovesse ritirare il suo aiuto e la Russia dovesse rifiutarsi di porre fine alla sua aggressione, l’Ucraina potrebbe e vorrebbe continuare a combattere. Molto probabilmente, continuerebbe a perdere territori, ma con la stessa lentezza con la quale li ha persi l’anno scorso. Il problema principale per Kiev sarebbe perdere i sistemi missilistici americani a lunga gittata con i quali attaccare le linee di approvvigionamento e gli arsenali di armi della Russia, anche se non ne ha ricevuti in quantità tali da fare una grande differenza.
Gli ucraini sono equilibrati anche nei confronti delle condizioni necessarie a ottenere un accordo di cessate il fuoco: sanno che dovrebbero accettare l’attuale occupazione da parte dei russi di circa il 20 per cento del loro territorio, Crimea inclusa, e che non potranno essere accolti come membri della Nato quanto meno per tutto il mandato di Trump alla Casa Bianca. Tuttavia, abbastanza ragionevolmente non sono disposti a cedere più territorio di questo, né sono intenzionati ad accettare restrizioni di sorta sulla loro sovranità e indipendenza. Perché un accordo possa essere sostenibile, gli ucraini vogliono che i loro partner offrano serie garanzie di sicurezza, tali da dissuadere in futuro un’altra invasione russa.
Non sarà una cosa molto popolare da dire, ad appena una settimana di distanza dalle elezioni nazionali in Germania, ma la fatidica frase pronunciata nel 2015 dell’allora cancelliera Angela Merkel in riferimento all’ondata di immigrati dalla Siria, oggi si addice bene all’Ucraina: “Wir Schaffen Das”, “Ce la possiamo fare”. Sì, l’Europa ce la può fare, e questo significa che può farsi avanti e dare all’Ucraina tutto l’aiuto di cui questa ha bisogno per migliorare la sua posizione negoziale e preservare indipendenza e sicurezza.
Quello che l’Europa può fare, in primis, è impegnarsi a continuare ad approvvigionare l’Ucraina con armi e aiuti finanziari, se Kiev dovrà andare avanti a combattere. Le riserve di munizioni e armi dei Paesi europei sono troppo esigue per poter fare una differenza di spessore nella guerra, ma basterebbero a rendere plausibile la minaccia da parte dell’Ucraina di voler continuare a combattere senza gli Stati Uniti. Non va dimenticato, infatti, che l’ostacolo principale alla fornitura di armi a lunga gittata l’anno scorso non è stato quello americano, bensì il rifiuto da parte della Germania di dare all’Ucraina i suoi missili Taurus. Un nuovo cancelliere e un nuovo governo dovrebbero assumere un atteggiamento più coraggioso per proteggere la sicurezza europea.
Durante i negoziati di pace, il favore più grande che l’Europa potrà fare è promettere di mandare rinforzi all’Ucraina per garantirne la sicurezza a lungo termine. Una leggenda assai diffusa vuole che tali rinforzi debbano essere talmente grandi che gli eserciti europei non saranno in grado di metterli a disposizione. In verità, le forze di peacekeeping potrebbero essere limitate in un primo tempo e poi aumentare gradualmente. Per Italia, Germania, Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Francia e Polonia potrebbe voler dire, per esempio, mettere a disposizione cinquemila uomini a testa per la creazione di un primo contingente di peacekeeping, usando le rispettive forze aeree per imporre “no-fly zone” come il presidente Volodymyr Zelensky aveva chiesto nel 2022.
Se si patteggerà un cessate il fuoco, potrà avere inizio la ricostruzione delle città ucraine devastate, e si tratterà di una ricostruzione costosa. In ogni caso, il cessate il fuoco darebbe adito anche a un miglioramento immediato dell’economia ucraina e si attirerebbero capitali da tutto il mondo. In definitiva, la tragica verità della ricostruzione postbellica è che potrebbe essere redditizia, a patto che il conflitto sia definitivamente concluso. L’Europa può fare queste promesse e assumersene la responsabilità senza farle sembrare concessioni a Trump: sono auspicabili a prescindere, così come sono. Inoltre, daranno all’Europa potere di leva per altri aspetti dell’ormai ostile relazione transatlantica.
In tutti gli aspetti della relazione, sarà indispensabile dimostrare forza. La risposta appropriata ai dazi di Trump del 25 per cento sulle importazioni di acciaio e alluminio dall’Europa consiste nell’imposizione di dazi identici sulle importazioni dall’America. Trump dice di voler imporre anche quelli che definisce “dazi reciproci”: in questo caso, l’Ue dovrebbe applicare per ogni dazio imposto dall’America un dazio identico su qualcosa che gli Usa proteggono.
È verosimile che l’attacco più grosso prenderà di mira il Digital Services Act, lo strumento con il quale l’Ue cerca di regolamentare le grandi piattaforme online come Facebook, Google, TikTok e X. Sarà un grosso attacco perché queste piattaforme appartengono a miliardari vicini a Trump, guidati da Elon Musk, che vorrebbero che il presidente americano usasse il suo potere di leva sui dazi e sull’Ucraina per costringere l’Ue ad abbandonare l’Dsa. Per l’Europa sarebbe un disastro. Un bullo come Trump reagisce soltanto alla forza. Wir Schaffen Das, Europa: possiamo farcela.
*Traduzione di Anna Bissanti










