di Francesca Santolini
La Stampa, 29 agosto 2026
Le controrivoluzioni raramente si annunciano come tali, preferiscono il lessico della semplificazione, delle deroghe e delle procedure accelerate. È in questo linguaggio apparentemente neutro che, negli ultimi due anni, si è consumato uno dei più profondi cambi di rotta della politica europea sull’ambiente. Dal ritorno di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione europea, sono già state approvate venti misure di deregolamentazione ambientale e sanitaria e altre trenta sono in preparazione. Lo documenta un rapporto di dieci organizzazioni francesi, che descrive uno smantellamento progressivo del Green Deal, il piano con cui la stessa Commissione aveva promesso di portare l’Ue verso la neutralità climatica entro il 2050.
A renderlo possibile è una nuova geografia politica: l’asse tra destra ed estrema destra, rafforzato dalle elezioni europee del 2024, che ha trovato nella competitività il nuovo mantra e nella deregolamentazione il suo strumento privilegiato. Un arretramento che attraversa settori diversi: dalla responsabilità delle imprese alla tutela delle foreste, dall’agricoltura alle emissioni di metano, fino alle norme sull’acqua e alla disciplina delle sostanze tossiche e dei pesticidi. Molti di questi interventi arrivano attraverso gli Omnibus, pacchetti legislativi esaminati con procedure accelerate. Uno strumento pensato per affrontare situazioni eccezionali che rischia di diventare ordinario. L’argomento che accompagna questo cambio di paradigma è sempre lo stesso: alleggerire i vincoli per rendere le imprese europee più competitive.
Ma il rapporto invita a osservare anche ciò che questa narrazione lascia fuori campo. Rinviare la lotta alla deforestazione significa aumentare le emissioni di gas serra e ridurre le superfici forestali capaci di assorbire anidride carbonica. Indebolire la tutela dei prati permanenti significa perdere biodiversità, compromettere il ciclo dell’acqua e ridurre la capacità dei territori di resistere alle ondate di calore. Allentare i controlli su pesticidi, cosmetici e qualità delle acque significa spostare in avanti il conto ambientale e sanitario. Ma, come osservano le organizzazioni, è una prospettiva di breve periodo, perché non considera il costo dell’inazione climatica, né quello prodotto da continui cambiamenti delle regole per le stesse imprese. E finisce per favorire chi rinvia gli investimenti nella transizione ecologica, penalizzando chi ha già scelto di affrontarla.









