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di Rosario Di Raimondo

La Repubblica, 26 gennaio 2025

Dopo 40 anni passati a dirigere penitenziari, il dirigente rilancia la sua idea di giustizia: “Amnistia e indulto sono l’unico sistema, la politica deve avere il coraggio di dirlo”. “In carcere manca la speranza. È ormai diventato uno strumento di ordine pubblico, pur con tutti i costi sociali e umani che questo comporta. Sono d’accordo con chi dice che il trattamento dei detenuti è disumano. Provvedimenti come l’amnistia o l’indulto? Temo siano l’unico sistema: il potere politico deve avere il coraggio di dirlo”. Luigi Pagano, storico direttore - tra gli altri istituti - di San Vittore e Bollate, quarant’anni di vita dedicati a chi sta dentro, ragiona su un mondo che cerchiamo di non vedere.

Ieri, durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario a Milano, è stato citato un dato: 140%. Il tasso di sovraffollamento delle carceri lombarde...

“Abituarsi al sovraffollamento non è la soluzione migliore. Non è giusto che sia così. Abbiamo avuto tanti anni per cambiare le carceri. E abbiamo avuto tante occasioni. Ma le abbiamo sprecate”.

La presidente della Camera penale, Valentina Alberta, ha parlato di trattamenti “disumani” negli istituti. Condivide?

“Sono d’accordo. Il termine “disumano” può sembrare eccessivo. Ma se guardiamo agli obiettivi di cui parla la Costituzione, a partire dalla dignità, ci rendiamo conto che quella dei detenuti non è una vita conforme a un concetto di trattamento umano”.

È possibile immaginare il “reinserimento sociale” tante volte auspicato?

“In questo contesto, le persone che escono non possono essere cambiate in meglio. E quindi il problema riguarda tutta la società”.

Un detenuto su cinque è in attesa di giudizio: il 22% del totale...

“Un numero alto. Ma abbiamo anche condannati a uno, due, tre anni. Con un paradosso: il carcere non dovrebbe essere più al centro del sistema penale, perché ci sono anche le misure alternative. Rimane dentro chi non ha la possibilità di ottenerle. Perché è senza una casa, un lavoro, una famiglia. I tossicodipendenti, gli stranieri, i poveri. È questo il sovraffollamento. Temo che il carcere sia diventato più uno strumento di ordine pubblico, pur costando tantissimo in termini economici e umani. Il concetto di pena aveva un orizzonte davanti a sé: un’idea, un traguardo. Ma così è fine a se stessa”.

Gli avvocati dicono di volersi battere per l’amnistia e l’indulto. Cosa ne pensa?

“Non c’è altro sistema. Se un sistema è ingiusto, è dovere dello Stato porvi rimedio. Non hai altri mezzi. Secondo me un potere politico deve avere il coraggio di dirlo. Aggiungo che l’amnistia dovrebbe essere un punto di partenza per un’idea di carcere diverso. Che però temo non ci sia. Oggi manca la speranza”.

E la sua idea di carcere qual è?

“La mia? È di superarlo. Se possibile. Ma fino a quando ci sarà, bisogna cambiarlo. Il carcere è rimasto per poche persone. Bisogna cambiare la qualità di vita per loro e per gli operatori che lavorano all’interno. Se lo aggiustiamo, questo carcere, magari facciamo anche più in fretta a lasciarcelo alle spalle. Se lo aggiusti, ti aiuta a farne a meno”.