di Duilio Giammaria
La Stampa, 1 giugno 2026
Ogni guerra viene presentata come inevitabile, altrimenti mancherebbero i presupposti. Ogni volta i governi sostengono di non avere alternative. Quasi sempre, a distanza di anni, la storia racconta una versione diversa. Il Medio Oriente è il teatro dove si sono concentrati eventi bellici recenti. Dall’Iraq alla Libia, la dinamica si è ripetuta: la diplomazia viene tagliata fuori, le trattative giudicate inconcludenti, la guerra descritta come l’unica strada percorribile. Poi arrivano gli archivi, le testimonianze, le commissioni d’inchiesta e i processi. E ciò che appariva inevitabile si rivela spesso il risultato di decisioni politiche arbitrarie, influenzate da ideologie, interessi strategici, ambizioni personali e valutazioni che spesso quando sono stati attenuati gli effetti delle distruzioni, si incomincia a giudicare severamente.
L’esempio più clamoroso resta l’invasione dell’Iraq del 2003. Oggi sappiamo che esistevano percorsi alternativi, che l’ipotesi di esilio per Saddam Hussein era molto concreta. Diversi canali diplomatici, ufficiali e informali, tentarono di individuare una soluzione che consentisse la sua uscita dal potere evitando l’intervento militare. Ho esperienza personale e diretta di quel periodo come durante l’ultima visita a Roma di Tarek Aziz, storico ministro degli Esteri e vicepremier iracheno. In quei giorni apparve evidente che il regime stesse compiendo un’estrema iniziativa diplomatica per scongiurare un conflitto ormai imminente.
Ricordo altrettanto chiaramente come si manifestò una tendenza a minimizzare la portata politica di quella missione. Anche nei confronti dei grandi organi di informazione, tra cui la RAI, si percepivano pressioni e resistenze affinché a quel viaggio non fosse dato il rilievo che meritava. Eppure, Tarek Aziz stava effettivamente cercando di tenere aperto un canale negoziale anche quando ormai la macchina della guerra era quasi irreversibilmente avviata.
Papa Giovanni Paolo II fu tra i più determinati oppositori dell’intervento, sostenendo che la guerra preventiva rappresentava la sconfitta del diritto internazionale e della politica. Marco Pannella cercò fino all’ultimo di promuovere soluzioni alternative, insistendo sulla possibilità che l’esilio di Saddam Hussein potesse disinnescare il conflitto. Anche a distanza di anni Pannella continuò a cercare le prove di ciò che non fu fatto per arrestare la guerra. Dalle onde di Radio Radicale, che proprio in questi giorni ha riaperto gli archivi delle sue dichiarazioni, arrivò a definire l’atteggiamento di George W. Bush e Tony Blair un vero e proprio “tradimento dei valori occidentali”.
Non contestava cioè soltanto la strategia politica, ma l’idea che la forza potesse sostituire il diritto, che la guerra preventiva potesse basarsi sui principi sui quali le democrazie occidentali hanno costruito la propria legittimità morale. Successivamente quando la guerra era già in pieno svolgimento, in un colloquio informale con lo sceicco Mohammed bin Rashid Al Maktoum, riuscii ad avere conferma che era stata predisposta una soluzione concreta per accogliere l’esilio del leader iracheno e il suo ristretto entourage.
Constatai personalmente l’esistenza del compound di residenze di lusso predisposto - tra Dubai e Abu Dhabi - destinate a ospitare Saddam Hussein, i suoi principali generali, in totale circa dodici gruppi familiari. Una sorta di cittadella per l’esilio dorato, già pronta ad accogliere il rais qualora fosse stata raggiunta un’intesa politica. Nessuno potrà mai dimostrare che quella soluzione avrebbe evitato la guerra, ma la sua esistenza dimostra che alternative all’intervento militare vennero concretamente preparate ma anche ignorate.
Le sentenze della storia - In alcuni casi il giudizio più duro sui leader che hanno avviato avventure belliche può arrivare dalle commissioni parlamentari di inchiesta. Nel Regno Unito la Commissione Chilcot, che ha demolito gran parte della narrativa che aveva accompagnato l’intervento militare, concluse che il ricorso alla guerra in Iraq voluto da Tony Blair arrivò ben prima che fossero state esaurite le opzioni pacifiche e certificò che le informazioni di intelligence sulle armi di distruzione di massa furono presentate con un grado di certezza ingiustificato se non fraudolento. La promessa di eliminare una minaccia globale, le armi chimiche irakene mai trovate, si trasformò in una delle più gravi destabilizzazioni geopolitiche del XXI secolo, creando le condizioni che avrebbero favorito la nascita e l’espansione dell’estremismo jihadista.
La stessa dinamica si sarebbe riproposta anni dopo in Libia. Durante il conflitto del 2011 intervistai a Tripoli, insieme ai colleghi di France Télévisions e Paris Match, Saif al-Islam Gheddafi. In quell’occasione egli sostenne esplicitamente che il regime libico aveva finanziato la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy e che esistevano accordi e relazioni economiche in grado di spiegare l’iniziativa bellica iniziata da Parigi. All’epoca quelle affermazioni furono liquidate da molti come propaganda di guerra.
Con il passare degli anni, tuttavia, i giudici francesi hanno dimostrato che da Tripoli erano partiti cinquanta milioni di euro in contante destinati proprio allo scopo di finanziare la campagna presidenziale di Sarkozy. Al di là delle singole responsabilità giudiziarie, ciò che emerge è una domanda più generale: quante volte dietro le grandi narrazioni morali utilizzate per giustificare una guerra si nascondono interessi economici, politici o personali assai meno nobili di quelli proclamati pubblicamente?
Anche la Libia, come l’Iraq e attualmente la guerra in Iran, dimostra quanto sia difficile distinguere la propaganda dalla verità nel momento in cui le decisioni vengono assunte. Nel suo recentissimo pamphlet “Il Partito Laburista rischia grosso sul proprio futuro e su quello della nazione” Tony Blair paragona i leader politici agli autisti di autobus. “Quando i leader convenzionali arrivano davanti a un muro, si fermano e discutono per qualche ora su come aggirarlo. Personaggi come Donald Trump, invece, accelerano e ci si schiantano contro. Sì, ci sono pezzi che volano via dall’autobus, i passeggeri si sentono leggermente nauseati, ma il presidente statunitense ha dimostrato efficacia e agli elettori questo piace”.
L’immagine retorica è suggestiva e Blair con la sua scrittura brillante cerca di tornare alla ribalta, cercando di far dimenticare i gravi errori di politica internazionale del passato e rilancia spiegando che la Gran Bretagna avrebbe dovuto concedere, non perché sia una guerra giusta ma per opportunità, le basi agli aerei americani che bombardavano l’Iran. Di nuovo la politica estera presentata come strumento guidato da principi opportunistici di breve termine.
Leone XIV nella sua recente enciclica denuncia esplicitamente la “normalizzazione della guerra” e mette in guardia contro la tendenza a presentare la violenza come inevitabile. La sua critica si estende ai sistemi di potere capaci di condizionare i processi democratici attraverso il controllo dell’informazione e delle tecnologie. La nostra opinione pubblica ha sempre dimostrato grande sensibilità nei confronti di queste tematiche incise profondamente nella nostra Costituzione, ma va mantenuta la guardia alta per difenderla dalle pericolose campagne di disinformazione che a ondate invadono la scena politica cercando di convincere che facili soluzioni siano alla portata dell’uomo forte.
La politica internazionale non è una gara di velocità e il governo delle nazioni non può essere misurato dalla capacità di sfondare gli ostacoli. Le guerre del Medio Oriente dimostrano che spesso i leader acclamati nel momento della decisione, sono quelli più criticati quando emergono le conseguenze delle loro scelte. George W. Bush, Tony Blair, Nicolas Sarkozy, Donald Trump, Benjamin Netanyahu e ovviamente in uno scenario diverso anche Vladimir Putin, appartengono a stagioni diverse e a culture politiche molto differenti. Ma sono accomunati da scelte drammatiche che si traducono in crisi irrisolte.
Le lezioni dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia insegnano che l’uso delle armi possono produrre risultati immediati, ma l’eccesso di certezza dietro il quale spesso si celano le ragioni occulte della guerra, innesta il pericoloso meccanismo che tradisce il senso profondo della democrazia, affievolendo la credibilità delle istituzioni agli occhi dei propri elettori dei rispettivi paesi. La lezione che arriva dal Medio Oriente è semplice: la guerra non deve mai essere considerata inevitabile fino a quando ogni strada diplomatica non sia stata percorsa realmente. Non simbolicamente. Non formalmente. Realmente. Quando si aprono gli archivi, quando parlano i testimoni, quando arrivano le commissioni d’inchiesta e quando intervengono i tribunali, emerge una verità che nel momento delle decisioni era stata spesso nascosta dal rumore della propaganda. La sentenza della storia arriva tardi, ma è una lezione utile da ricordare le occasioni perdute della pace diventano quasi sempre le tragedie del giorno dopo.










