di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 9 agosto 2020
Assaltati cinque ministeri, la guerriglia con i militari, il ritratto di Nasrallah bruciato, un morto e almeno 730 feriti. Nella città piegata dalle esplosioni è stato un giorno di rivolta contro "i clan al governo". E ora il premier dice: voto anticipato. La capitale, il cuore del Libano, brucia. Il popolo contro lo Stato a Beirut. Una rivoluzione che esplode e diventa violenta per disperazione.
Contro le mafie dei capi-bastone settari (sunniti, sciiti, cristiani, drusi) che dopo la guerra civile 1975-1990 si sono impossessati del Paese, lo hanno diviso per quote, si sono spartiti gli incarichi del potere. E poi hanno bevuto il sangue, anno dopo anno, hanno disossato, hanno spremuto il Paese. Fino all'ultima goccia. In un crescendo drammatico, sino al tragico epilogo dell'esplosione involontaria ma colpevole, innescata da corruzione e incompetenza, che ha devastato il porto e mezza città il 4 agosto scorso.
Da ieri i palazzi del potere di Beirut sono in fiamme. Nel pomeriggio, dopo avere tentato per l'ennesima volta dall'ottobre 2019 di assaltare il Parlamento, la protesta, la "Rivoluzione" come si è ribattezzata da sola, ha cambiato velocemente obiettivi. Il Palazzo dei deputati era difeso dall'esercito e dai blindati. E allora sciami di dimostranti, non tutti violenti, molti (e con moltissime donne) soltanto disperati, hanno assaltato, devastato, occupato e abbandonato in macerie i ministeri degli Esteri, dell'Economia, dell'Ambiente, dell'Energia. Hanno devastato l'Associazione delle Banche del Libano, la cupola a cui tutti i capi della Nazione facevano riferimento, lo strumento della spartizione delle ricchezze del paese.
Le notizie, i numeri nella prima notte di Beirut, non raccontano la potenza del terremoto per lo Stato libanese. Per ora per fortuna soltano un morto, un poliziotto ucciso, 730 fra agenti, militari e manifestanti feriti, 8 ministeri e uffici governativi devastati. Fisicamente, la città non è tutta in fiamme: ma lo Stato libanese è in ginocchio.
Nel pomeriggio la polizia aveva scaricato centinaia di candelotti di gas sui manifestanti. Ore e ore di assalti e di ritirate. Fino a quando i manifestanti si sono divisi e hanno preso di mira i ministeri. I simboli del potere odiato sono bruciati subito: i ritratti ufficiali del presidente Michel Aoun, cristiano ma alleato degli sciiti di Hezbollah, sfasciati e calpestati. I pupazzi con il corpo del capo sciita Nasrallah impiccati a forche di cartone, gli identikit dei volti del potere dipinti sulle mura e cancellati con croci nere e le scritte "questi ladri devono morire, tutti".
Mentre scendevano a frotte lungo lo stradone che porta a piazza dei Martiri, i manifestanti (in maggioranza sunniti e cristiani) passavano a frotte davanti agli ingressi di Khandak Ghamik, la "trincea profonda", il quartierone sciita alle spalle del centro. Gli uomini del servizio d'ordine di Hezbollah con il cappellino giallo e quelli di Amal con il berretto verde erano in forze agli imbocchi delle loro strade.
Da una parte e dall'altra volavano gli insulti, soprattutto quando transitavano i rivoluzionari con le immagini di Nasrallah impiccato. Il grande timore è proprio questo: che la protesta per una scintilla si trasformi da politica in settaria, sunniti e cristiani contro gli sciiti. E sarebbe la fine di tutto.
Per ore, prima dell'impennata della violenza, centinaia di donne e di ragazzi si avvicinavano ai cordoni dell'esercito. E i militari in Libano sono più rispettati della polizia, considerata corrotta e violenta. "Voi, l'esercito in piazza contro di noi?", gridava Danielle, una donna cristiana, sessantenne: "Ma voi dovete difendere noi da quei ladri criminali: dovete aiutarci ad arrestarli, dobbiamo impiccarli, noi tutti insieme".
I militari rimanevano impassibili, i poliziotti rispondevano manganellando. I rivoluzionari, i descamisados hanno iniziato a spaccare le lastre del selciato, quelle di marmo che rivestivano le colonne dei palazzi del potere. Migliaia di sassi come proiettili contro la polizia.
"Siete immondizia, siete criminali", gridavano i cartelli meno aggressivi. "Lasciate il nostro Paese". Il primo ministro, Hassan Diab, un tecnocrate rispolverato per caso dal presidente Aoun dopo le poderose proteste dell'autunno, sperava di offrire qualcosa alla piazza dicendo che "l'unica soluzione sono elezioni anticipate". Hassan Aflak, un medico, risponde subito: "Ma se torniamo a votare, voi eleggerete lo stesso Parlamento, perché il popolo è ostaggio dei capi bastone, e voi truccherete il voto, farete vincere sempre voi stessi".
Martedì l'esplosione del porto, 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio che hanno fatto quasi 200 morti (con i dispersi ormai deceduti), 5,000 feriti e 100 mila senzatetto, è stata il detonatore finale di questa nuova crisi che arriva da lontano. C'è chi l'ha capito, anche nel "pouvoir", nelle stanze del potere, e ha iniziato velocemente a riposizionarsi, a fuggire.
I tre deputati del partito cristiano "Kataeb" si sono dimessi. Loro stanno all'opposizione dei cristiani di Aoun, alleati degli sciiti di Amal e di Hezbollah. "Abbiamo deciso di uscire da questo Parlamento, ci batteremo per il Paese che vogliamo, un Paese che non discrimina tra cittadini", ha detto il capo del partito Sami Gemayel. Parlava ai funerali del segretario del suo movimento, ucciso al porto. Gemayel è erede di un'altra dinastia settaria, figlio e fratello di presidenti, al momento fuori dal governo, per cui pronto a criticare il sistema di cui fa parte. Giovedì si era dimessa un'altra cristiana eccellente, Tracy Chamoun, ambasciatrice in Giordania e figlia del leader Dany Chamoun. Se non altro suo padre era morto assassinato dai siriani nel 1990.
"Sono tutti movimenti tattici della vecchia politica, da oggi tutto cambierà in Libano", dice Aiad Ahmer, 28 anni, architetto. È uno dei capi della rivolta, ha iniziato a lavorare da molti anni alla protesta. "Questa esplosione che arriva oggi viene innescata dalla bomba del porto di martedì, ma è figlia diretta delle proteste iniziate il 17 ottobre". Con il nome della "protesta di WhatsApp", esplosa dopo la tassa di pochi centesimi che il governo voleva imporre per ogni messaggino.
"Ma non è così - dice oggi l'architetto - quella protesta non esplose per WhatsApp: erano i giorni in cui i boschi del Paese, migliaia di ettari, andavano in fumo e il governo senza mezzi era incapace di spegnerli. Non volavano elicotteri, i mezzi a terra erano fermi. Il governo paralizzato. Il 16 ottobre stavamo organizzando una manifestazione comune con i pompieri, per la settimana successiva. Poi arrivò anche la tassa di WhatsApp, e tutto si infiammò in un attimo". Di notte gli scontri rallentano, alcuni ministeri vengono liberati. L'ambasciata americana dichiara: "Difendiamo il diritto a protestare, ma senza violenza". Nessuno sembra farci caso. Il Libano ha preso una nuova strada. Sembra un incubo, tutti contro tutti, senza sapere dove si andrà a finire.










