di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 25 agosto 2020
Un milione e mezzo di profughi, sui 7 scappati dalla guerra, vivono in Libano. Vorrebbero tornare a casa, ma non possono. "Abbiamo le prove provate che il regime ci sta dando la caccia". "Certo che vorremmo tornare alle nostre case in Siria. Ma il regime di Bashar Assad ci perseguita, sappiamo di profughi rientrati e arrestati, torturati, altri assassinati, abbiamo paura", raccontano in questi piccoli campi di fortuna, fatti di assi di legno, teli di plastica e vecchie coperte. Li hanno costruiti loro, col tempo, a ridosso dei nuclei urbani libanesi, sui bordi dei campi coltivati, con l'aiuto delle agenzie dell'Onu e di poche organizzazioni non governative occidentali. Per lo più si distinguono per i teloni bianchi dell'Unhcr utilizzati per coprire i tetti.
D'estate sono infestati d'insetti e le capanne diventano forni. D'inverno imperano gelo e fango, i bambini s'ammalano più facilmente. Non è strano che una volta sperassero di trovare il modo di raggiungere l'Europa al più presto. Ora però si sono rassegnati: vorrebbero comunque andarsene e tornare a casa, arrendersi a quello stesso regime che avevano cercato di rovesciare e da cui erano poi fuggiti. Ma hanno paura. Così restano qui, bloccati, alcuni da ben nove anni, senza speranze. Forse chi sostiene che siano soltanto "economici" i profughi del Medio Oriente destabilizzato desiderosi di venire in Europa dovrebbe fare un salto tra questi accampamenti di civili siriani fuggiti in Libano a partire dall'estate del 2011 dal loro Paese in fiamme.
Raggiungerli non è difficile. Sono oltre un milione e mezzo, un numero enorme, specie se confrontato con i circa cinque milioni di abitanti del Libano. E una frazione considerevole dei circa sette milioni di siriani scappati dalla guerra e dalle violenze del regime, sostenuto da Russia, Iran e dalle milizie dell'Hezbollah, il "Partito di Dio" popolare tra gli sciiti libanesi. Gli altri si trovano adesso per lo più in Turchia, Giordania, Grecia. Sono talmente numerosi che la Siria ha subito un tracollo demografico, da oltre 22 milioni di abitanti nel 2010 ad una quindicina stimata attualmente. Un'altra prova di quanto il regime resti poco popolare e talmente detestato da una parte considerevole dei suoi abitanti è che, a nove anni dallo scoppio della "primavera araba" siriana, tanti preferiscono la precarietà povera della condizione di profugo al confronto con i servizi di sicurezza agli ordini della nomenklatura baathista di Damasco. La maggior parte dei loro attendamenti si trova ad un'ora di mezzo di auto da Beirut, nel cuore della valle della Bekaa, controllata in forze dall'Hezbollah.
"Noi abbiamo le prove provate che il regime ci sta dando la caccia. A parole Bashar Assad e i suoi portavoce affermano di volere la pace sociale e il nostro ritorno. In realtà, appena qualcuno di noi rientra viene fermato dalla polizia segreta, i ragazzi giovani vengono obbligati a fare il servizio militare, gli uomini considerati ex militanti della rivoluzione sono catturati, spariscono. Arrestati, torturati, uccisi. Stimiamo che nell'ultimo anno e mezzo oltre cinquecento siano letteralmente svaniti. Desaparecidos di cui sappiamo nulla. Io stesso ho quattro amici di cui non voglio dire il cognome - Walid 30 anni, Mohammad 29, Khaled 34, Mustafa 36 - che erano in contatto con me. Sono partiti. Ma, appena dopo la frontiera con la Siria, solo ad un paio di chilometri da dove ci troviamo adesso, sono stati fermati dalla polizia. Hanno fatto giusto in tempo a dirmelo, poi i cellulari sono stati sequestrati. Di loro abbiamo perso le tracce", racconta tra i tanti il 41enne Yahia al Fares, due lauree prese all'università di Damasco e attualmente maestro di scuola qui nel campo denominato 024 dall'Onu.
Vi si trovano una quarantina di baracche, che ospitano circa 200 persone. È il formato tipico dei campi libanesi, numerosi, vicini gli uni agli altri, ma di piccole dimensioni. Molto diversi da quelli sovrappopolati in Turchia e Giordania, o il terribile Moria, il campo sull'isola greca di Lesbos. La storia di Yahia è molto simile a quelle di tanti altri. "Sono originario del villaggio di Naharie, non lontano dalla città di Homs e dal confine col Libano. Veniamo da una regione sunnita che si rivoltò molto presto contro il regime. La repressione fu subito durissima, inumana. Le nostre case venivano metodicamente bombardate dalle artiglierie. Sinché il 5 maggio 2013 non arrivarono le fanterie dell'Hezbollah. Una vera operazione di pulizia etnica. Sparavano, uccidevano, volevano scacciare tutti i sunniti. Così abbiamo preso ciò che potevamo metterci in spalla e siamo scappati in Libano, prima in auto, poi a piedi", ricorda.
Lo stesso narra l'avvocato cinquantenne Mohammad al Rabia, a sua volta residente con la moglie 42enne Fatima in un villaggio delle campagne di Homs. "Una mattina del tardo aprile 2012 abbiamo preso i nostri due figli di 7 e 12 anni e siamo scappati. Prima a piedi, quindi con alcuni taxi locali. Non c'erano alternative. Scappavano tutti. Girava voce che Hezbollah avrebbe ucciso chiunque fosse rimasto. E del resto dalle nostre parti la grande maggioranza della popolazione voleva liberarsi una volta per tutte dal regime corrotto, che da decenni favoriva la minoranza alawita a scapito di noi sunniti. Eravamo stanchi delle vessazioni dei soldati ai posti di blocco, delle continue richieste di soldi".
Cosa sa di chi ha provato a tornare in Siria di recente? "Di tanti non abbiamo più alcuna notizia. So però di sette persone che sono riuscite a tornare al nostro villaggio con le famiglie. Noi siamo assolutamente interessati a parlare con loro. Qui in Libano oggi l'Hezbollah non ci tocca. Ma le condizioni di vita sono orribili, non posso lavorare, dipendiamo interamente dagli aiuti internazionali. I miei figli non hanno alcuna prospettiva per il futuro, le scuole funzionano a singhiozzo, non possono ricevere un'educazione regolare. Quando però abbiamo finalmente raggiunto via telefonica i nostri amici rientrati al villaggio le loro risposte sono state raggelanti. Parlavano come se fossero ascoltati dalla polizia, avevano chiaramente paura di rivelare alcun dettaglio di sostanza. Il loro messaggio era che è molto meglio restare in Libano. E ora non sappiamo che fare".










