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di Francesca Mannocchi

La Stampa, 5 giugno 2022

Nella valle della Bekaa i libanesi allo stremo per il ricatto del grano vivono in competizione con i rifugiati siriani. “Siamo in ginocchio”.

La sua famiglia è una delle più importanti nella Bekaa, la valle che confine con la Siria: vasti appezzamenti di terra, panifici, stazioni di benzina. Tutto quello che oggi, per l’effetto domino della guerra in Ucraina, è in ginocchio. Una famiglia ricca, un benessere così ingente da essere ostentato, le ville dei fratelli dominano la strada che da Zahle conduce ai monti che separano i due Paesi. Ma oggi la crisi è così profonda che Roger El Saker in casa non riesce più a dormire. Passa le notti nella baracca adiacente ai suoi terreni, sempre meno coltivati, sempre più aridi. D’inverno c’è l’acqua del fiume ma a partire da giugno il letto del fiume si asciuga e per estrarre l’acqua dal sottosuolo serve carburante che oggi costa quattro volte più di pochi mesi fa.

Roger preferisce restare lì, nonostante tutto. Vicino alla terra di famiglia. Meglio dormire nei campi, dice, che in un’abitazione diventata altare di una stabilità che in Libano è stata sempre un’illusione.

La moneta con cui era solito trattare non vale più niente, dal 2019 la lira ha perso il 95% del valore sul dollaro, i fornitori chiedono, viceversa, che le cose di cui gli agricoltori libanesi hanno bisogno - carburante, fertilizzanti, sementi - vadano pagate in dollari, ma nessuno ne ha. E se pure ne avessero, importare ai prezzi correnti significherebbe lavorare in perdita.

Roger estrae due cipolle dal suo terreno: “Una cassetta di cipolle - dice - si vende all’equivalente di un dollaro. Per un agricoltore, invece, ai prezzi di oggi, ogni cassetta vuota costa un dollaro e mezzo”.

A poche centinaia di metri dai suoi campi di patate e cipolle, suo fratello ha un forno dove produce pane. Gli sono rimaste scorte per tre giorni. Il governo non sta più distribuendo farina a prezzi calmierati. La poca che c’è, come il poco grano, è razionata. Il timore è che in tempo di crisi gli agricoltori vendano i prodotti finanziati dallo Stato al mercato nero in Siria anziché lavorarli per il mercato interno. El-Saker dice di non contrabbandare niente, mai. Ma dice anche che non biasima chi lo fa perché vivere nel ricatto del grano bloccato è impossibile. Il costo dei beni alimentari è aumentato del 392% in un anno con prezzi in ulteriore aumento dall’inizio della guerra il 24 febbraio. Il costo del pane è aumentato del 38% nell’ultimo mese e il prezzo dell’olio di girasole e dello zucchero è aumentato rispettivamente dell’88% e del 72%.

Nei terreni della famiglia El Saker, tra le serre inutilizzate e la casa dei proprietari, c’è un gruppo di baracche. Teloni di plastica e pezzi di legno che da anni sono diventati casa per una trentina di rifugiati siriani. Quando c’era lavoro, in questa stagione, passavano le giornate chini sotto al sole a coltivare la terra, ora trascorrono quasi tutto il loro tempo nel caldo asfissiante delle tendopoli.

La convivenza tra siriani in fuga dalla guerra e libanesi, negli ultimi dieci anni non è mai stata facile, ma oggi vive il suo momento più teso.

Gli agricoltori impoveriti cercano un capro espiatorio alla loro frustrazione e nella guerra degli impoveriti contro i poveri, non tollerano più gli aiuti che i rifugiati ricevono dalle Nazioni Unite.

Così famiglie come quella di El-Saker non solo continuano a chiedere un affitto ai rifugiati per dar loro la possibilità di vivere nelle baracche sui loro terreni, ma gli impediscono di ricevere gli aiuti alimentari. E loro si adeguano, per non essere cacciati via.

“La guerra è finita di là, tornassero da dove sono venuti”, l’agricoltore scandisce le parole a voce alta abbastanza da essere udita dai bambini siriani che sistemano i sacchi di carbone nel capannone.

Ieri sfruttati come lavoratori a basso costo e accusati di rubare il lavoro ai libanesi, oggi - che la povertà attraversa ogni strato della popolazione - forzati a non ricevere donazioni e consegnare i beni che hanno in cambio di un affitto che non possono pagare.

Il Libano ha una popolazione di circa cinque milioni di persone e ospita un milione e mezzo di siriani che si aggiungono ai 250 mila palestinesi presenti nel Paese da decenni, numeri che lo rendono il Paese che ospita la più grande popolazione di rifugiati pro capite al mondo. Il Paese non ha mai firmato la convenzione di Ginevra, dunque non riconosce lo status di rifugiato e questa è la ragione per cui non ci sono campi profughi strutturati ma solo accampamenti informali più o meno tollerati dalle istituzioni e per cui i siriani non sono considerati profughi ma “ospiti”. Una definizione temporanea, un invito a non restare, che negli anni si sta trasformando in un invito ad andare via, cioè tornare in Siria.

Torneranno a casa loro, pensavano tutti all’inizio della guerra, e continueranno a venire in Libano quando serve, per lavorare i campi, da braccianti stagionali. Gli eventi sono andati diversamente.

Il regime di Bashar al-Assad, sostenuto dalle truppe russe di Putin, ha riconquistato la maggioranza dei territori in mano ai ribelli, e per le persone in fuga l’esistenza è diventata sinonimo di limbo e di esilio. Destino comune a due milioni di persone in Libano, tra cui mezzo milione di bambini. La metà è esclusa dal sistema educativo libanese. Non ci sono posti per tutti e anche se ci fossero le famiglie di “ospiti siriani” non potrebbero permettersi i costi di trasporto dalle baraccopoli ai villaggi.

I dati più recenti delle Nazioni Unite stimano che più di 2 milioni di libanesi, circa il 57% della popolazione, vivono ora in situazioni vulnerabili. Tre famiglie su quattro non hanno soldi per sfamarsi. Per le famiglie siriane va peggio, il 99% non ha abbastanza soldi per comprare cibo.

La valle della Bekaa è stata ed è il centro della crisi dei siriani in Libano, è qui che vive la metà dei siriani presenti in Libano. Famiglia come quella di Mahmoud che ha dieci anni e della Siria non ricorda niente perché è arrivato qui da Homs nove anni fa con sua madre. L’idea di casa per lui è una tenda soffocante, casa degli altri, quella vera, appartiene agli agricoltori che fino a qualche mese fa pagavano cinque dollari al giorno per farlo lavorare, oggi se va bene, se c’è lavoro, a fine giornata gli mettono in mano sessantamila lire libanesi che valgono più o meno due euro. Non ha un padre perché il suo è morto in guerra perciò la scuola per lui non è mai stata un’opzione. Non sa leggere né scrivere. Vorrebbe fare il dottore e arrossisce come è giusto fare a dieci anni mentre lo dice e il rossore è insieme vergogna della sua condizione e imbarazzo di pensare al futuro. Il presente, invece, fa di lui un bambino vittima già di troppe guerre: quella siriana al di là dei monti, quella tra poveri in Libano, e quella che indirettamente lo colpisce, la fame che arriva da lontano, dalla guerra d’Ucraina.