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di Vincenzo Nigro


La Repubblica, 7 agosto 2020

 

Nella capitale devastata dalle esplosioni, i libanesi invocano la "rivoluzione". E il popolo dei volontari si arma di scope. Una città bombardata da sé stessa, un Paese devastato dai capi delle sue mafie politiche. Il Libano colpito dal "fuoco amico" dei suoi peggior nemici, i suoi stessi governanti. Questo dice la gente di Beirut, urla "vogliamo la rivoluzione, questo regime deve cadere, non un euro a questi corrotti". Questo chiedono nelle strade i ragazzi che a centinaia, come piccole formiche operaie, sono accorsi attorno al cratere del porto per ripulire, lavare, per confortare i sopravvissuti. Lavare il sangue, l'onore del Libano sporcato da mani libanesi. Ma soprattutto per preparare quella che arriverà inesorabile: una nuova pagina, ancora più poderosa, nella protesta di Beirut.

Alle 18,10 di martedì pomeriggio il Libano è precipitato in un girone ancora più profondo dell'inferno che frequenta da anni. E che ha un suo nome, una sua identità ben definita e caotica insieme: le "guerre libanesi". Il nuovo evento è l'esplosione di 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio.

Arriviamo in città dall'aeroporto con Andrea Tenenti di Unifil, la missione Onu schierata nel Sud Libano e guidata dal generale Stefano Del Col. "Stavo guidando da Sud verso Beirut - dice -, quando mi hanno chiamato i miei figli da casa. Li ho rassicurati, credevo fosse un boom sonico di aerei israeliani, o magari un'esplosione minore. Non potevo fare altro, mentre correvo verso di loro: poi ho visto questo disastro. E ho capito: è l'11 settembre del Libano".

Passiamo da Ainmraysi, dove esplose la bomba di Hezbollah che uccise nel 2005 il primo ministro Rafiq Hariri. Avvicinandoci in auto al porto iniziamo a scorgere quello che tutto il mondo ha visto. Ma scendendo dall'auto, a terra, si avvertono i suoni, gli odori di una scena di guerra. Il crepitare dei vetri sotto i piedi, il "boom" delle lastre pericolanti che vengono fatte cadere giù dagli operai che ripuliscono i palazzi. Il tanfo fetido delle fogne esplose. Dal buco nero di un negozio sventrato arriva come una musica funebre e gelida: è il pianto ormai diventato mormorio della proprietaria, il verso cupo di un essere umano finito.

I ragazzi, i volontari sono sfiniti dal lavoro, si aggirano come squadre ormai allo sbando, con scope, pale, secchi. Quattro adolescenti palestinesi con le pettorine rosse si sono uniti a loro: "Siamo profughi del campo di Borj Al Barajine, ma oggi siamo tutti libanesi, vogliamo aiutare".

Ancora poco e compare la scena madre, il porto devastato. Il capannone, l'hangar 12 dove erano stipate le 2750 tonnellate di nitrato di ammonio, non esiste più. Al suo posto si è allargato lo specchio d'acqua del porto. L'esplosione ha scavato una piccola baia, una mezzaluna di acqua di mare che arriva fin sotto i silos del grano. Mohammed, uno dei soldati che cintura l'area del porto, dice: "Mio padre lavorava ai silos, per fortuna martedì non c'era: in quei serbatoi passava l'80 per cento del grano che serve al Libano, adesso saremo senza grano, senza pane, il Libano è senza pane".

I silos sono stati mangiati a metà dall'esplosione, ma le strutture in cemento sono ancora in piedi. "Hanno protetto una piccola area verso Sud, in cui i danni sono relativamente minori", dice Tenenti, "per 180 gradi l'esplosione si è allargata verso il mare" ma per il resto è stata come una bomba atomica. A fianco dell'Hangar 12, ormeggiata una banchina, c'era la nave del Bangladesh con i soldati dell'Unifil: "Ci sono 23 feriti, 2 gravi, li abbiamo evacuati, la nave è semi-distrutta, le porte blindate piegate come cartone".

Il conto dei morti ieri sera era arrivato a 172, più di 5300 feriti, decine di dispersi, corpi ancora da ritrovare. È morto l'architetto Jean Marc Bonfils, uno degli autori della nuova architettura, dei nuovi palazzi della Beirut ricostruita dopo la guerra civile.

Altro passaggio, negli ospedali che tutti erano già in tilt da tempo: il Coronavirus ha stremato un Paese in crisi economica, in cui la sanità era già appesa al filo. Al Rosary Hospital cattolico non si entra, è tutto devastato: una monaca è morta, un'infermiera ha le gambe rotte, i letti rovesciati nelle corsie, con i malati trasferiti adesso non si immagina dove.

Al St George è enormemente peggio: i morti sono 17, fra cui 12 pazienti, 4 monache e un infermiere. Una suora filippina dice: "Li abbiamo tutti trasferiti nel cortile dove già erano per il momento le vittime del Coronavirus". Quel recinto è vittima di una maledizione doppia che guardiamo da lontano, neppure ci avviciniamo.

Ritorniamo a Gemmayze. Qui ci sono le decine di volontari che hanno circondato il presidente Macron, che gli hanno fatto trovare scritte tipo "Non dare un euro al governo libanese". Che hanno urlato "Rivoluzione, rivoluzione contro un regime che deve cadere". È uno dei quartieri cristiani della capitale: si aggrappano alla Francia, all'Europa perché li liberi da chi non ha saputo fermare questo disastro.

Amin, un ingegnere, fa vedere una notizia sul telefonino: l'ambasciatrice del Libano in Giordania, Tracy Chamoun si è dimessa in diretta mentre la intervistavano in tv. Protestava, dicendo che la bomba è colpa della corruzione, delle autorità libanesi. Insomma, la bomba è di Stato, e lei prova a tirarsene fuori.

Adesso i capi del Libano, tutti, hanno ancora più paura. Per provare a incanalare contro qualcuno la rabbia popolare, hanno appoggiato la scelta del procuratore generale Ghassan Aouidat che ha messo agli arresti domiciliari 16 dirigenti del porto e delle dogane. Ci sono il vecchio direttore delle dogane, Shafiq Merhi, l'attuale direttore Badri Daher e il direttore del porto di Beirut Hassan Quraitem. Arresti domiciliari e conti bancari bloccati. "Ma tutti sanno che Merhi era uno di quelli che ha tempestato di lettere i giudici", dice uno dei ragazzi della rivoluzione al banco che distribuisce acqua e panini ai volontari. "Guarda, lo ricordano i giornali". C'è scritto che nel maggio del 2016 Merhi scrisse ai giudici per dire che "visto il serio pericolo di questo materiale depositato nell'hangar, in una condizione inappropriata, vi invitiamo a ordinare agli agenti marittimi di re-esportare il materiale immediatamente".

Il nitrato d'ammonio era arrivato su una nave russa che era entrata in avaria mentre era in rotta per il Mozambico. Era il 2013 e da allora questo dramma libanese si è avvitato su sé stesso. Il comandante russo se ne va, l'equipaggio viene bloccato a bordo ma poi liberato. La nave senza manutenzione sembra sul punto di affondare e allora decidono di trasferire il carico negli hangar. Dal 2014 al 2017 sarebbero state inviate almeno 6 lettere alla magistratura perché ordinassero a qualcuno di intervenire. Nulla.

Qualcuno dei ragazzi si è segnato le parole che Macron, il presidente della Francia ex potenza coloniale in Libano, ha risposto alla folla che lo acclamava chiedendogli di affondare il "pouvoir", il potere libanese. "Io non sono qui per aiutare loro: io voglio aiutare voi". Il capo di uno stato straniero contro una cupola politica straniera. In Libano la bomba del secolo ha messo in moto qualcosa che nessuno capisce dove potrà portare il Paese. E forse il Mediterraneo.