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di Fabrizio Pomes*

bandieragialla.it, 21 ottobre 2025

Da decenni assistiamo a un aumento esponenziale di arresti, detenzioni e repressione nelle periferie e nelle comunità più fragili, tutti legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Ma cosa è cambiato realmente? Le strade non sono più sicure, la criminalità organizzata prospera, i consumatori restano marginalizzati e il mercato clandestino continua a espandersi senza freni. La sicurezza promessa si è trasformata in una spirale di violenza e insicurezza.

Le politiche basate esclusivamente sulla repressione non affrontano il problema alla radice. Spingono lo spaccio a operare sottoterra, alimentano le mafie e sottraggono risorse preziose che potrebbero essere investite in prevenzione, cura e reinserimento sociale. Così, chi consuma sostanze rischia stigmatizzazione e isolamento, mentre chi traffica si sposta semplicemente verso nuove zone o mercati. Non serve chiudere un occhio, serve lucidità: la realtà è che la guerra contro la droga la vince chi continua a venderla senza regole, chi sfrutta la disperazione, chi si arricchisce sulle debolezze altrui.

Le strategie di criminalizzazione hanno prodotto effetti paradossali: incremento del sovraffollamento carcerario, marginalizzazione delle fasce più vulnerabili della popolazione e diffusione incontrollata dei consumi. Funzionari e studiosi concordano nel definire inefficace il modello punitivo, che non affronta né la domanda di sostanze né le ragioni socio-economiche alla base del fenomeno.

Qui in carcere vediamo ogni giorno gli effetti di queste politiche: tanti ragazzi e uomini chiusi tra queste mura, non perché la società abbia saputo aiutare o prevenire, ma perché ha scelto di punire senza affrontare il vero problema. Criminalizzare chi consuma e chi spaccia in piccoli contesti significa solo spingere il problema più in profondità, a vantaggio delle grandi organizzazioni criminali.

La repressione non ha fermato né la domanda né l’offerta: ha soltanto riempito le celle di persone come noi, senza risposte vere su salute, prevenzione e sostegno. Sappiamo che l’unica possibilità di cambiare davvero le cose è spezzare questo circolo vizioso e per farlo serve un cambio di paradigma: la legalizzazione delle droghe. Legalizzare non significa promuovere il consumo, ma togliere potere al mercato nero, portando il fenomeno sotto controllo pubblico, garantendo un controllo sulla qualità, riducendo i rischi per chi usa e, soprattutto, aprendo la porta a percorsi di cura e reinserimento.

I paesi che hanno intrapreso sperimentazioni in questo senso evidenziano riduzioni della criminalità connessa allo spaccio e miglioramenti nelle condizioni di salute collettiva. La prospettiva di una politica basata sull’approccio sanitario e sulla riduzione del danno si pone come imprescindibile alternativa al modello securitario fallimentare.

Legalizzare significa poter regolamentare produzione, vendita e qualità delle sostanze, ridurre i danni per chi ne fa uso, offrire percorsi di aiuto senza paura di essere criminalizzati e togliere un enorme potere economico alle organizzazioni criminali.

La repressione ha mostrato i suoi limiti e continua a mietere vittime innocenti tra i giovani, i più poveri e l’intera società. L’unica via per recuperare dignità, sicurezza reale e giustizia sociale è abbandonare il vecchio paradigma punitivo e accogliere con coraggio la legalizzazione come strumento di civiltà e progresso.

Il cuore di questa battaglia è la possibilità di costruire comunità più sane e libere da violenza e discriminazione. È tempo che la politica ascolti questa verità e apra finalmente una nuova pagina. Ogni politico che si oppone alla legalizzazione è parte del problema. Ogni giornale che tace è complice. Ogni cittadino che si volta dall’altra parte sceglie la morte invece della vita.

Non possiamo continuare a voltare lo sguardo. Ogni giovane che cade nella rete dello spaccio è una storia che poteva essere diversa. Ogni vita spezzata dalla dipendenza è una ferita collettiva. Legalizzare è un atto di coraggio, ma anche di amore. Perché significa credere che ogni persona meriti una seconda possibilità, non una condanna.

La vera sicurezza nasce dalla giustizia, dalla cura e dalla libertà. Forse, è tempo di scegliere la strada che parla davvero al cuore.

Legalizzare è un atto di giustizia. È dire: “Non ti lascio solo.” È costruire una società che non ha paura della verità. È smettere di fingere una volta per tutte che la repressione sia protezione.

Redazione di “Ne vale la pena”