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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 14 ottobre 2026

Dopo l’inchiesta del giornale di Torino scatta l’allarme, i dem chiedono chiarimenti. Ma i permessi concessi sono da prefisso telefonico e non riguardano il 41 bis. “Le porte dei penitenziari diventano girevoli”, scrive La Stampa del 12 ottobre, aprendo l’inchiesta di Paolo Festuccia intitolata “Mafiosi, ergastolani e capi clan lasciano il carcere con i permessi”. Poi si leggono i nomi, e la porta girevole si inceppa. Nel 2026 a uscire con un permesso sono stati in tre: Gregorio Di Giovanni il 6 marzo, Cristoforo Cannella il 10 aprile e Mario Capizzi. Parliamo di uscite temporanee, di pochi giorni, disposte da un giudice con provvedimenti motivati e revocabili. Quale sarebbe lo scandalo? A meno che venga reputato scandaloso lo Stato di Diritto e l’autonomia e indipendenza dei giudici di sorveglianza.

Il resto dell’elenco racconta altro. Gioacchino Corso, Gioacchino Cillari, Giuseppe Falsone e Stefano Fragapane aspettano una risposta, e per Corso e Falsone la Direzione nazionale antimafia ha già dato parere contrario. Filippo Graviano ha chiesto due volte, il 24 dicembre e a giugno, e due volte si è visto dire di no. In realtà, molte più volte. E puntualmente rigettate. Respinte anche le istanze di Alessandro D’Ambrogio, Ignazio Ribisi e Giuseppe Sicilia. Nicola Accardo e Girolamo Biondino sono usciti, sì, ma perché hanno finito di scontare la pena. Bagarella, Aglieri e i Graviano compaiono perché “sperano di ottenere benefici”. E quindi?

Lo stesso articolo, a metà strada, ammette che “quasi mai è arrivato il parere favorevole della Dna”. L’associazione Yairaiha Ets, in un comunicato, la mette così: “Il testo parla di permessi: uscite temporanee, di pochi giorni, disposte da un giudice con provvedimenti motivati e revocabili. Nessuna scarcerazione”. Tralasciamo il sottinteso dell’articolo che riesuma alcuni pezzi suggestivi della tesi sulla Trattativa completamente privi di fondamento. Ma è un “must”, ed è sempre utile per dare sostanza a ciò che è fumoso.

C’è poi un problema di diritto. Il giornale scrive che i boss al carcere duro chiedono permessi “fino a 15 giorni per un massimo di 45 l’anno”. Sono i limiti dei permessi premio, previsti dall’articolo 30 ter dell’ordinamento penitenziario. Chi sta al 41 bis non può averli. Lo stabilisce l’articolo 4 bis, così come riscritto dal decreto legge 162 del 2022, il primo intervento del governo Meloni sull’ergastolo ostativo: i benefici possono essere concessi al detenuto in regime speciale “solamente dopo che il provvedimento applicativo di tale regime speciale sia stato revocato o non prorogato”. A chi è al 41 bis resta il permesso dell’articolo 30, quello di necessità, previsto quando un familiare è in imminente pericolo di vita o per eventi familiari di particolare gravità. È tutt’altra cosa. L’articolo mette insieme “salvacondotti” e “licenze per necessità” senza dire quale riguardi chi.

Stessa suggestione sulla proroga del carcere duro. Ogni due anni il ministro della Giustizia firma un decreto che deve essere motivato e si può impugnare davanti al tribunale di sorveglianza di Roma. Yairaiha lo nota: La Stampa “presenta come anomalia il fatto che ogni proroga del regime speciale debba essere motivata”. L’unico caso di abuso raccontato riguarda Raffaele Galatolo, ergastolano detenuto a Secondigliano, che secondo la Procura di Palermo dal 2018 usciva con permessi premio e poi in semilibertà, e intanto riprendeva le fila della famiglia dell’Acquasanta. Al 41 bis non stava, altrimenti quei benefici la legge non glieli avrebbe consentiti. Il giornale tace un dettaglio: il 15 giugno scorso Galatolo è stato arrestato di nuovo, con altre dodici persone, nell’inchiesta della Procura guidata da Maurizio de Lucia. Così come è accaduto con Bonura. Le azioni giudiziarie, quando fanno il loro lavoro e non si perdono nella ricerca dei “terzi livelli”, riportano in carcere coloro che continuano a delinquere.

Il giorno stesso arriva la nota congiunta degli otto parlamentari del Pd in commissione Antimafia: Walter Verini, Enza Rando, Debora Serracchiani, Giuseppe Provenzano, Valentina Ghio, Anthony Barbagallo, Franco Mirabelli e Valeria Valente. Le notizie, scrivono, “sono impressionanti”. Detenuti mafiosi, “casi anche in regime di 41bis”, sarebbero “usciti e rientrati dal carcere”. Usciti e rientrati. È la definizione esatta di un permesso garantito dalla costituzione. Poi la richiesta: il ministro venga a riferire in Parlamento e si convochi la commissione “per avere informazioni complete”.

Yairaiha coglie l’ordine dei fattori: “Le informazioni complete, per loro stessa ammissione, vengono dopo. Prima viene l’allarme”. Il Pd ricorda anche che la pena deve essere “rieducativa e non afflittiva o disumana come troppo spesso è”. Una riga più sotto arriva la correzione: “Ma questo deve avvenire nella sicurezza della società e dei cittadini, evitando rischi di provvedimenti che vanifichino l’esigenza di impedire legami e contatti criminali”. L’associazione commenta che il partito “cita la rieducazione per un attimo e subito dopo la cancella con un “ma”“.

Quando a gridare era la destra

Il copione è già andato in scena. Anno 2020, piena pandemia. Il 6 maggio Repubblica pubblica la lista dei “376 boss scarcerati”. In realtà al 41 bis ne erano stati tre: Bonura, Pasquale Zagaria, Vincenzo Iannazzo. Tutti gli altri, che boss non erano, venivano dall’alta sicurezza. Il capo del Dap Francesco Basentini si dimette. Il governo Conte, nel quale sedeva il Pd, vara due decreti: il 28 del 30 aprile impone il parere delle procure antimafia, il 29 del 10 maggio obbliga i giudici a rivalutare i domiciliari già concessi. Yairaiha lo ricorda così: bastò una polemica “per ottenere un decreto che imponeva ai giudici di rivedere i propri provvedimenti”.

I numeri arrivarono dopo, quando non interessavano più. Il 4 settembre 2020 Il Dubbio riportava lo screening del Dap: su 498 detenuti andati ai domiciliari in primavera, 494 dell’alta sicurezza e 4 del 41 bis, ben 275 avevano ottenuto la misura per cause che con il Covid non c’entravano nulla. Il Garante nazionale Mauro Palma precisava che di detenuti al 41 bis ancora a casa ce n’era uno solo. All’epoca le destre cavalcarono lo pseudo scandalo. Ma anche il solito giornalismo di inchiesta, che pur di fare sensazionalismo, insinuò anche che le rivolte carcerarie furono una riedizione della trattativa Stato Mafia. Ovviamente non era stato così.

Sei anni dopo, le parti si sono invertite. Ora è il Pd a chiedere a un ministro conto di decisioni che appartengono ai magistrati di sorveglianza. Nordio un permesso non lo può revocare. Se la procura non condivide la scelta del giudice, ha uno strumento preciso: il reclamo al tribunale di sorveglianza entro ventiquattro ore, previsto dall’articolo 30 bis. Yairaiha lo scrive senza giri di parole: il Pd chiede a Nordio di rispondere di “scelte che spettano ai giudici di sorveglianza, calpestando il principio che dice di difendere”.

È lo stesso partito che si è schierato per il No alla riforma costituzionale di Nordio, in nome dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Ed è lo stesso Verini che il 25 ottobre 2019, intervistato su Il Dubbio dopo la sentenza della Consulta che apriva ai permessi premio per i condannati ostativi, diceva di considerarla “coerente con l’articolo 27 della Costituzione”. Il titolo parlava di “un principio di civiltà”. Oggi tre permessi decisi da un giudice, diventano materia da audizione ministeriale.

Il meccanismo, scrive l’associazione, si ripete a ogni vigilia elettorale, “a destra e a sinistra”, sulla pelle di chi non ha voce: i detenuti “sono i soli che non votano, non possono protestare, non hanno un ufficio stampa”. Gli otto parlamentari chiedono informazioni complete. Le avevano già, nero su bianco, nell’articolo che hanno definito impressionante: tre permessi, quattro istanze in attesa, quattro rigetti. Il nulla.