di Giampaolo Silvestri*
Corriere della Sera, 13 giugno 2021
Bisogna ripensare i rapporti con lo Stato. I mesi della pandemia hanno dimostrato che la cura dei più fragili e quindi della collettività è stata presa in carico da subito da altri soggetti e in certe circostanze con maggior efficacia e immediatezza
Stato e Terzo Settore: la relazione tra questi due pilastri del nostro vivere insieme ha bisogno di essere rivista. I dati e le esperienze inedite registrate nell'ultimo anno ci incalzano in questa direzione. Certo, molti segni della necessità di impostare un nuovo modo di lavorare e di investire le risorse erano già sotto i nostri occhi prima della pandemia, ma questa ha spazzato via gli ultimi residui di incertezze.
Giuliano Amato, in particolare, ha affrontato recentemente il tema con alcune provocazioni che meritano di essere riprese dal dibattito comune. Credo che sia esaurito il paradigma vigente nel Novecento secondo il quale lo Stato, nelle sue articolazioni, promuove e attua il bene comune quasi in esclusiva, come sua prerogativa assoluta. Usando una metafora molto semplice, lo Stato era la macchina, unica, certa e necessaria a raggiungere il traguardo del bene comune. E in questa cornice si comprende bene quanto la politica fosse considerata lo strumento più nobile in grado di far funzionare lo Stato. Restando alla metafora automobilistica, la politica era la benzina indispensabile per viaggiare.
E se questa era la politica, la "forma più alta di carità", è chiaro che i "migliori" dovessero avvertire il richiamo all'impegno pubblico come una vocazione speciale, perché quello era il luogo adatto a realizzare il bene nella misura più alta. Ma oggi la società, le relazioni, gli equilibri, sono mutati. Lo abbiamo visto in modo chiaro durante i mesi scorsi: la cura dei più fragili e quindi della collettività è stata presa in carico da subito da altri soggetti accanto allo Stato, e in certe circostanze con maggior efficacia e immediatezza.
Anzi addirittura in alcune situazioni certe decisioni statali hanno avuto come risvolto non voluto la crescita di alcune forme di diseguaglianza. In questi primi anni del nuovo millennio, anche se non se ne ha piena coscienza, il vecchio paradigma sta cedendo il passo: alla macchina statale si sono affiancate altre vetture che viaggiano più veloci, consumando di meno, e in grado di raggiungere prima, senza sprechi, le mete che si pongono.
Sono i soggetti del Terzo Settore che, nonostante le leggi ancora non le sostengano pienamente, si pensi solo alla questione fiscale, si sono imposte come soggetti insostituibili di sviluppo, capaci di investire le risorse economiche meglio di organi statali e di coprire l'ultimo miglio. Perché allora invitare chi sta svolgendo in pieno il suo "mestiere" di cura del bene comune all'interno del terzo settore a trasferirsi in politica, come suggerisce Amato? Non si rischia di bruciare chi sta già offrendo efficacemente il suo contributo? La proposta di Amato non si basa ancora sulla convinzione che solo lo Stato sia titolato a fare bene il bene comune, alla fine?
Invece è tempo di liberare e sostenere l'azione del Terzo Settore come partner di quella statale. Sono consapevole che le mie parole sono in controtendenza in una fase in cui lo Stato è tornato alla ribalta in molti interventi ottimisti sulle sua capacità. Ma dopo mesi in cui ripetiamo che il Covid chiede un cambio di passo, ritengo che potremmo cominciare da qui: dal pensare in modo radicalmente nuovo sia il compito della politica e di chi la fa, sia i rapporti tra Stato e Terzo Settore. Non più di cooptazione, ma di responsabilità condivisa nella cabina di regia, dove si disegnano i piani, si decidono i budget, si assegnano le risorse, si valutano i risultati raggiunti.
Segretario generale di AVSI*











