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di Helmut Failoni

La Lettura - Corriere della Sera, 27 settembre 2026

Quando Camea Ayewa (1981), meglio nota come Moor Mother - poetessa, musicista, attivista afro-americana, fondatrice del collettivo Black Quantum Futurism - è arrivata al carcere femminile Venezia Giudecca, per condurre un workshop con le detenute nell’ambito di una collaborazione tra Biennale College Musica e la Casa di reclusione, è stata avvicinata da una giovane donna. “Poteva passare per una di New York o del New Jersey - scrive Moor Mother nel catalogo della Biennale Musica di prossima uscita - anche se in realtà era veneziana. Mi ha detto: “Mi piacerebbe una poesia d’amore. Ne scriveresti qualcuna per me?”. Ho subito preso un foglio di carta e ho scritto tutte le poesie che avevo nel cuore. Quello che ho imparato fin dall’inizio del laboratorio è che in prigione l’amore è raro. Queste donne non riuscivano a trovarne nemmeno un briciolo, quindi chiedevano - o forse pretendevano - amore da chiunque varcasse la soglia”. Fanno venire i brividi queste parole. Ci aprono gli occhi.

Moor Mother è stata chiamata da Caterina Barbieri, direttrice artistica della Biennale Musica di Venezia, a curare la realizzazione del progetto Musica Libera, nato e sviluppato all’interno del carcere, insieme ad Alif Hilal (1990) - vocamo list americana precedentemente nota come Lyra Pramuk - e Simone Trabucchi (1982) - noto anche come Still, che opera attraverso diversi ruoli e media, esplorando i confini tra arti visive, suono e produzione culturale ed è parte del duo Invernomuto - con la collaborazione dei giovani artisti e musicisti selezionati per la Biennale College (Wyldie Bracewell, Talullah Calderwood, Lara Dâmaso, Andrea La Pietra e alys(alys)alys). Un progetto che si concretizzerà in un’installazione sonora: verrà attivata da una performance dal vivo delle detenute stesse nel cortile del penitenziario il 18 e il 24 ottobre. Prima verrà diffuso un montaggio sonoro dei workshop realizzati nei mesi scorsi e poi... improvvisazione: Musica Libera, appunto.

Nell’arco di tre sessioni laboratoriali - tra aprile e luglio - le donne dell’istituto penitenziario hanno infatti partecipato e contribuito con i curatori a diverse iniziative legate alla musica e al suo ascolto. Il primo workshop, Oral Present di Moor Mother, ha coinvolto le partecipanti e registrato le loro risposte attorno a tre domande sui concetti di memoria, tempo e trasmissione: sul tempo che si vive e sull’idea di parlare attraverso il tempo, con lo scopo di inviare un messaggio a sé stessi, alla propria famiglia o al mondo. Il secondo, condotto da Alif

Hilal, ha creato invece gruppi di ascolto e discussione a partire dalle proposte musicali fatte dalle stesse partecipanti, in base alle loro predilezioni e al loro coinvolgimento emotivo, interrogandole sulle modalità del sentire e delle parole per dirle. Barbieri parla di questo progetto come di “un laboratorio all’insegna della musica, che ha l’obiettivo di aprire un dialogo con la città di Venezia e il suo tessuto sociale. L’iniziativa riflette un’idea di programmazione culturale tesa a valorizzare la musica nel suo potere terapeutico, concependo la creazione artistica non come semplice oggetto di fruizione passiva e consumo, ma come possibile canale di catarsi e trasformazione collettiva”. E aggiunge: “L’anima di Musica Libera risiede nella sua natura corale, fondata sull’ascolto, la vulnerabilità, l’urgenza espressiva e la co-creazione, più che su metodi compositivi prestabiliti”.

“La Lettura” ha conversato sulla nascita di Musica Libera con Trabucchi che con il suo workshop Free Music ha portato all’interno del carcere un vero studio di registrazione per promuoverne l’uso condiviso secondo una concezione aperta della musica, un linguaggio capace di raccontare, evocare e trasformare. È lo strumento con cui si produrranno ambienti sonori utilizzati come materiale per la rielaborazione delle registrazioni realizzate anche negli altri due workshop. Racconta Trabucchi: “È un mondo, quello del carcere, di cui noi siadigiuni. È un mondo che chi è libero non può immaginare. È la prova di quanto abbiamo fallito come società e di cosa sia l’istituzione carcere al giorno d’oggi: un’istituzione punitiva, non un’istituzione di rieducazione. In carcere ci sono deprivazione del tempo e della privacy. Per questo Musica Libera è importante”.

Gli chiediamo delle sue sensazioni al primo incontro: “La cosa bella è che le detenute avevano voglia di stare con noi, ma ammetto che all’inizio una mia grande paura era legata al fatto di essere uomo. Molte di loro, immagino, vengano da storie di violenza di genere, alle quali hanno reagito”. Con tre ore a disposizione al pomeriggio un paio di volte al mese, il progetto è stato lentamente costruito nel tempo. Specifica Trabucchi: “Siamo in una stanza che di solito viene adibita a varie attività, le più disparate, e lì all’interno abbiamo fondamentalmente preparato un tavolo con diversi strumenti, macchinari, ci sono una drum machine, diversi sintetizzatori, microfoni, effetti vari, una chitarra. Ciò che ci è servito per fare Musica Libera. Anche con il preziosissimo aiuto delle educatrici, persone che fondamentalmente si occupano della scuola all’interno del carcere”. Non tutte le detenute hanno potuto però partecipare, “per ragioni giudiziarie, perché ancora nel mezzo di un processo”.

Età media? Si ferma un momento Trabucchi: “Difficilissimo dirlo, perché abbiamo incontrato donne dai 18 ai 70 anni. E poi, aggiungo, cosa non secondaria, che non sono state sempre le stesse persone quelle che abbiamo incontrato. Alcune cambiavano, ma c’è stato comunque un nucleo di persone che è rimasto. Mi sento di dire che tutte le persone che abbiamo incontrato hanno un rapporto vitale con la musica”. Che ha naturalmente un legame con qualcosa che sta al di là del muro, fuori dal carcere. “La musica per loro ha una memoria”. Essendo per sua stessa costituzione astratta, lascia anche spazio all’immaginazione. Aggiunge Trabucchi che “è stato importante chiedere loro di portare un brano, e parlarne”. Alif Hilal nel suo workshop ispirato al deep listening (ascolto profondo) ha creato uno spazio per esplorare e decodificare gli elementi musicali che ci emozionano e ispirano.

“È stato anche molto toccante per loro parlare di tempo con Moor Mother, una questione così importante - aggiunge Trabucchi - così vincolante, così cruciale, per chi sta in carcere. Lì il tempo ovviamente assume una dimensione completamente diversa rispetto alla nostra “normalità”. E poi ancora: “Ha funzionato particolarmente benissimo pure il lavoro di Alif, perché ogni detenuta ha selezionato una traccia. Il suono è stato il terreno di incontro”. Brani scelti? “Di tutto, tanta musica italiana, Vasco Rossi, Laura Pausini, Rap anni ‘90, Eric Clapton, Pink Floyd. Non voglio generalizzare, ma molte di loro hanno un rapporto importante con la scrittura, che rappresenta il momento in cui scavano nel loro passato, verbalizzano pensieri, rabbie, memorie, ma anche dei desideri”. Il progetto si aggiunge a Rinasco con l’arte, iniziativa promossa dalla Biennale di Venezia, fortemente voluta dal suo presidente Pietrangelo Buttafuoco, e intesa a far crescere i rapporti con gli istituti penitenziari. La finalità: un reinserimento lavorativo temporaneo delle detenute e dei detenuti degli istituti penitenziari della città.