di Errico Novi
Il Dubbio, 18 luglio 2026
Non è una legge-bandiera. È un proposito impegnativo: offrire una vita diversa, alternativa a contesti familiari infettati dal crimine, innanzitutto ai minori e alle donne ma in generale a chiunque sia disposto a separarsi dai legami di sangue pur di sfuggire alla cultura mafiosa e all’illegalità. “Liberi di scegliere” è il nome di uno dei pochi provvedimenti approvati all’unanimità in questa legislatura: il via libera in prima lettura alla Camera è arrivato mercoledì scorso. Una sfida con diversi “genitori”, dalla presidente della bicamerale Antimafia Chiara Colosimo, di FdI, al sottosegretario Andrea Ostellari, primissima linea della Lega sulla giustizia, che ha investito la propria competenza sul “minorile” anche in questo delicato progetto.
Sottosegretario, l’obiettivo è condivisibile, ma le nuove norme presuppongono che lo Stato sappia mostrarsi realmente competitivo rispetto al modello di violenza e falsa protezione offerto dalla criminalità organizzata. Questo “volto forte” delle istituzioni davvero è già riconoscibile, nei territori a maggiore presenza mafiosa?
Sì, perché il progetto ha già prodotto importanti risultati e la legge consente di trasformare un’esperienza positiva in una risposta stabile e nazionale. Lo Stato diventa ancora più presente, credibile e capace di accompagnare chi sceglie di rompere con un ambiente criminale, offrendo sicurezza, sostegno psicologico, istruzione, formazione e opportunità di lavoro. Il protocollo, come già dichiarato dal giudice Di Bella, ha già permesso l’allontanamento dalle famiglie criminali d’origine di circa 200 minori e 34 donne. Inoltre, l’80 per cento dei ragazzi e delle ragazze coinvolti, una volta raggiunta l’età adulta, non ha commesso reati. Un ulteriore esempio tangibile di presenza dello Stato arriva da Catania, dove è stato consegnato al Demanio l’immobile destinato al nuovo Polo della giustizia minorile, che riunirà il Tribunale, la Procura minorile e il Centro di prima accoglienza. È il segno di uno Stato che non si limita a reprimere i reati, ma costruisce alternative vere.
La legge implica una sinergia fra politica e magistratura: un modello alternativo, si direbbe, dopo le tensioni sperimentate in altri ambiti, come quello dei migranti...
Il dibattito è fisiologico in una democrazia, purché ciascuno rispetti le competenze dell’altro. Con ‘Liberi di scegliere’ si è lavorato su un obiettivo condiviso, mettendo insieme l’esperienza dei giudici minorili e la responsabilità del legislatore.
Una musica che non sempre ha suonato così, diciamolo...
Per me, la collaborazione istituzionale significa tradurre il proprio ruolo in soluzioni utili ai cittadini operando scelte che migliorano il nostro sistema. Questo mese il ministero, per esempio, ha assunto a tempo indeterminato oltre 9.000 ex addetti all’Ufficio per il processo e altre figure amministrative, evitando di disperdere le professionalità formate negli ultimi anni. Persone che, con la fine del Pnrr, sarebbero rimaste a casa e che invece sono state stabilizzate, migliorando l’efficacia dei nostri uffici giudiziari territoriali, da nord a sud.
Oltre che dall’esperienza della magistratura minorile di Reggio Calabria, da quali altre sollecitazioni e dati è nata questa legge?
La legge nasce da un lavoro corale. Hanno contribuito la magistratura, la direzione nazionale Antimafia e antiterrorismo, diversi ministeri, la Presidenza del Consiglio, la Cei e molte realtà del terzo settore. Il lavoro ha coinvolto anche gli uffici giudiziari di Catania, Napoli, Palermo e Reggio Calabria.
I destinatari sono i minori ma, verrebbe da dire, innanzitutto le donne...
È un progetto portato avanti per le madri che trovano la forza di rompere legami familiari profondi, talvolta mettendo a rischio la propria vita, e che scelgono, o sceglieranno, di sottrarre finalmente i propri figli a un destino già scritto. Lo abbiamo fatto anche per onorare chi ha dato la propria vita nella lotta contro la mafia. Le motivazioni, in questo senso, sono tante e forti. Aggiungo che, grazie all’emendamento dell’onorevole Matone (deputata della Lega, ndr), la tutela è stata estesa anche ai minori istigati da associazioni a delinquere volte a far commettere loro reati o a sfruttarli per ottenere proventi illeciti. L’obiettivo generale è interrompere la trasmissione familiare e ambientale di tutti i modelli criminali prima che diventi irreversibile. In un termine forte: spezzare le catene.
Tra le incognite c’è quella relativa all’identità dei minori sottratti alla mafia: potranno mantenere il loro cognome oppure, come avviene per gli adulti che collaborano con la giustizia, dovranno assumere un’identità segreta?
La scelta sarà adottata caso per caso, esclusivamente per garantire la sicurezza del minore e di chi lo accompagna. I protocolli e il coordinamento tra autorità giudiziaria, prefetture, forze di polizia e servizi sociali assicureranno protezione e continuità nella scuola, nelle cure e nella vita quotidiana, evitando che le misure di sicurezza diventino una forma di sradicamento.










