di Ilario Lombardo
La Stampa, 18 maggio 2024
Porte chiuse agli inviati del Consorzio Media Freedom Rapid Response. Le raccomandazioni su Rai e su Agi: “Non vendete l’agenzia ad Angelucci”. Il governo italiano e la maggioranza di destra che lo sostiene hanno rifiutato di incontrare i rappresentanti del consorzio Media Freedom Rapid Response. “Siamo dispiaciuti” racconta Sielke Kelner “perché avevamo chiesto una serie di appuntamenti, e in alcuni casi non abbiamo neanche ricevuto risposta”. A non riceverli sono stati il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il viceministro Francesco Paolo Sisto, la presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongionro e il sottosegretario con delega all’Editoria Alberto Barachini. Tra gli esponenti dell’opposizione che invece non hanno avuto alcun problema a incontrarli c’è stata Barbara Floridia, presidente in quota M5S della commissione di Vigilanza Rai, con l’idea di coinvolgerli negli Stati Generali sulla tv pubblica che ha intenzione di riproporre a breve.
Mfrr lavora con finanziamenti della Commissione europea, e i suoi emissari in Italia sono arrivati in anticipo rispetto al viaggio inizialmente previsto per ottobre. È stata la segretaria della Federazione nazionale della Stampa, Alessandra Costante, a chiedere un intervento immediato, alla luce del moltiplicarsi di casi e di manovre da parte della destra e del governo, finiti al centro dell’attenzione internazionale.
Il caso Rai, una lottizzazione che si è trasformata in occupazione e limitazione totale di ogni spazio per l’opposizione, e che in meno di due anni alla tv pubblica è valso il soprannome di TeleMeloni. Il caso Agi, un’agenzia di stampa controllata da una partecipata dello Stato che sta per finire in mano di un deputato della maggioranza, Antonio Angelucci, imprenditore della sanità privata e padrone di una concentrazione editoriale di tre quotidiani filomeloniani. Il caso del quotidiano Il Domani, sbeffeggiato da Meloni durante il comizio di Pescara, e dei suoi giornalisti che rischiano il carcere per un’inchiesta nata dopo la denuncia del ministro della Difesa Guido Crosetto. Il caso di Pasquale Napolitano, cronista de Il Giornale, raggiunto da una condanna di otto mesi. E infine, la legge sulla diffamazione, e, nello specifico, la norma che prevedeva le manette per i cronisti. A guardarlo con gli occhi dei rappresentanti di Mfrr, cioè di chi non è così abituato ai conflitti di interessi italiani, alla manipolazione dell’informazione, al controllo asfissiante della tv pubblica, il panorama sulla libertà di stampa sembra inevitabilmente intossicato. Una preoccupazione che ammettono, quando paragonano l’Italia a quelle democrazie giovani che in Europa sono entrate solo successivamente. C’è un timore che sta crescendo anche sulla Francia, ma al momento “l’Italia è il solo tra i Paesi fondatori dell’Ue che si trova in questa situazione” spiega Renate Schroeder, direttrice dell’International Federation of Journalists. Subito sotto c’è l’illiberale Ungheria di Viktor Orban. Schroeder è una delle massime esperte dell’European Media Freedom Act, la nuova regolamentazione sulla libertà di stampa a cui l’Italia è obbligata ad adeguarsi entro l’agosto 2025. Da quel momento in poi, chiunque potrà rivolgersi a un tribunale italiano per violazione di regole europee che prevedono la trasparenza e l’indipendenza della governance, e il divieto di concentrazioni di editori con interessi politici. In questo momento la condanna dell’Italia sarebbe certa. Sia per la Rai, sia per l’Agi. In attesa del rapporto definitivo che arriverà solo a fine estate, la missione di Mfrr si è conclusa ieri con una conferenza stampa nella sede dell’Ordine dei giornalisti, in cui sono state date una serie di raccomandazioni. Una sul servizio pubblico: cambiare la legge, voluta da Matteo Renzi, che pone il board Rai sotto il controllo del governo. L’altra è sull’agenzia di stampa: “Agi non sia venduta ad Angelucci - è l’appello di Beatrice Chioccioli - Il controllo dei media avviene anche con le acquisizioni di privati che hanno chiari interessi politici”. Come l’Ungheria insegna.











