di Anais Ginori
La Repubblica, 4 maggio 2024
L’intervista al responsabile del rapporto di Reporters Sans Frontières: “La legge bavaglio è chiaramente liberticida. Rischia di avere un impatto fortemente negativo sul lavoro dei cronisti giudiziari”. “Abbiamo l’impressione che Giorgia Meloni voglia ispirarsi a Viktor Orbán” osserva Pavol Szalai, responsabile del desk Europa per Reporters Sans Frontières. “Certo, i due leader hanno posizioni diverse sulla guerra in Ucraina, ma per quanto riguarda la libertà di stampa l’Italia si sta pericolosamente avvicinando all’Ungheria” spiega Szalai che per Rsf ha curato la parte del rapporto annuale che riguarda l’Italia.
Come si spiega la retrocessione di cinque posizioni nella vostra classifica?
“Ci sono un insieme di fattori che hanno pesato nel 2023. Intanto le pressioni politiche sulla Rai e il sistema dell’audiovisivo pubblico, combinate a pericoli per l’indipendenza dei stampa come il progetto di acquisto di un’agenzia di stampa da parte di un senatore della maggioranza, che ha già diversi media con una linea editoriale di chiaro sostegno al governo di destra”.
Si riferisce a Antonio Angelucci. È un caso che non esiste in altri paesi europei?
“Tra le grandi democrazie dei paesi fondatori dell’Ue, l’Italia sta diventando è un caso a parte, con un distacco importante rispetto a Francia, Germania o Spagna. Ci sono alcune ragioni legate alla storia recente, ma purtroppo la situazione peggiora, con nuove allerte come la vendita dell’Agi. Ricordo che l’indipendenza dei media è ormai tutelata dall’European Freedom Act, adottato qualche settimana fa, che permette alla Commissione europea di vigilare e intervenire”.
Pensa che ci sia davvero una deriva “ungherese” sui media?
“Ci sono per fortuna in Italia grandi media indipendenti, la vostra democrazia ha dei contropoteri e la società civile è resiliente. Ma l’Italia viene già da un livello alto di vigilanza. C’è stata l’esperienza di Silvio Berlusconi che si è servito dei suoi media in un evidente conflitto d’interessi. Nel caso dell’Agi il timore non è solo che un uomo politico acquisti un media, già di per sé problematico, ma anche che imponga una linea editoriale e interferisca per controllare i contenuti”.
Altri motivi di preoccupazione?
“La legge bavaglio è chiaramente liberticida. Rischia di avere un impatto fortemente negativo sul lavoro dei cronisti giudiziari, con effetti intimidatori e dissuasivi. C’è poi la proposta di legge sulla diffamazione, con il tentativo di introdurre pene di carcere nonostante una sentenza contraria della Corte Costituzionale, e la volontà di impedire ai giornalisti che sono stati condannati di esercitare il loro mestiere. Infine ci sono le minacce della mafia e della criminalità organizzata, con timori per la sicurezza di molti cronisti. Questo era un problema che pre-esisteva ma su cui la nuova maggioranza politica non ha portato soluzioni”.
Come avete condotto la vostra indagine sull’Italia?
“Abbiamo consultato un panel di giornalisti ed esperti a vario titolo di cui manteniamo l’identità confidenziale per ovvie ragioni di sicurezza: vogliamo che possano rispondere liberamente ai nostri questionari che sono articolati e complessi. Inoltre abbiamo fonti locali in Italia e diversi contatti anche con alcune istituzioni”.









