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di Vittoria Belluschi, Francesca Ricciardi, Pietro Matino, Marco Giorgini, Anna Gialdini

magzine.it, 17 aprile 2026

La seconda giornata della ventesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo si apre all’insegna degli Epstein Files e dell’intelligenza artificiale. Arianna Ciccone, che dal 2006 cura l’ideazione e l’organizzazione della rassegna, racconta quanto sia stato inaspettato per i founder vedere crescere in questa maniera l’International Journalism Festival, che nasce già a trazione mondiale. “Siamo partiti durante un momento critico del giornalismo: erano i tempi del boom dei nuovi media che hanno segnato un cambio di rotta rispetto ai media tradizionali. L’avvento dei social ha messo in crisi il vecchio modo di fare giornalismo, ma dall’altro lato ha democratizzato l’informazione, permettendo a tutti di fare giornalismo, nonostante il perdurante problema della sostenibilità – racconta Arianna Ciccone. Quando l’informazione è troppo attaccata ai luoghi del potere, non serve a niente”, conclude, suggerendo che i valori che animano il Festival sono libertà ed indipendenza.

Indipendenza che si fa sempre più rara nel giornalismo a stelle e strisce, spesso indirizzato dalle linee editoriali. È intorno a questo tema che si è svolta una chiacchierata tra quattro giornalisti statunitensi indipendenti. “In questo periodo fare il giornalista fa paura, ma è anche più importante che mai”. Così Julia Angwin, vincitrice del premio Pulitzer, apre l’incontro Uncensorable: the front lines of resistance journalism. Sul palco con lei Marisa Kabas, giornalista indipendente e founder della newsletter The Handbasket; Tara Palmeri, reporter politica e autrice di newsletter; Memo Torres, giornalista e creatore di contenuti digitali.

I quattro hanno parlato di come costruire la fiducia necessaria per ricevere leaks, di come gestire il flow delle informazioni e le possibili conseguenze legali delle proprie azioni. Sono stati toccati argomenti molto attuali, tra cui l’importanza della simbiosi tra giornalismo indipendente e legacy media, e della costruzione della fiducia tra questi due mondi, che possono trarre molto l’uno dall’altro. Infine, l’annosa questione: il giornalista deve essere oggettivo? Le opinioni sono state diverse, tra chi espone apertamente le proprie inclinazioni politiche e chi cerca sempre un middle ground, lasciando spazio allo spirito critico dello spettatore: queste sono le informazioni, ma ti sei chiesto perché sto parlando di questo tema?

Tematica incredibilmente attuale anche i crimini di Jeffrey Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell che vengono raccontati all’evento The Epstein files: where did the media get it wrong, da Jess Michaels, survivor e fondatrice dell’associazione benefica 3Joannes,Inc. ed Elizabeth Stein, survivor e specialista in tratta di essere umani, con l’obiettivo di analizzare cosa è andato storto nella narrazione dei media. La richiesta di spiegazioni e di racconti reali spesso supera l’importanza di approcciarsi con la giusta sensibilità a chi è costretto a rivivere con il ricordo i propri traumi. Importante è anche non realizzare con le parole una vittimizzazione secondaria. Questo il tema centrale anche dell’evento Under US Power, politics and patriarchy in the aftermath of the Epstein files, una conversazione con Amy Wallace, giornalista e co-autrice con Virginia Roberts Giuffre della sua autobiografia postuma Nobody’s Girl: A Memoir of Surviving Abuse and Fighting for Justice. I files di Epstein raccontano di bambine cadute in una trappola di minacce e violenza, private della possibilità di scegliere. I media dovrebbero fare domande sulle responsabilità dell’esistenza di queste trappole.

In How to edit a liquid: a survival guide for the AI age, Olle Zachrison e Erja Ylajarvi esplorano il contesto in cui l’IA generativa che rende i contenuti sempre più dinamici e personalizzati, il ruolo dell’editor si sta trasformando da garante di un prodotto finito a supervisore di sistemi in continua evoluzione. Gli editori dei principali giornali ed emittenti mondiali hanno offerto prospettive diverse su come mantenere qualità, fiducia e responsabilità editoriale in questo nuovo scenario. Mukul Devichand ha insistito sull’uso dell’IA come strumento e non come autore, evidenziando l’importanza di mantenere sempre l’uomo nel processo e di valutare continuamente le performance dei sistemi. Phoebe Connelly ha sottolineato che l’IA non sostituisce il lavoro editoriale, ma richiede di adattare principi etici e culturali già esistenti: il punto non è creare nuove regole, bensì applicare quelle del giornalismo a sistemi più fluidi e meno prevedibili.

Tuttavia, l’IA non potrai mai generare empatia con l’intervistato, specialmente in contesti di guerra o in zone ad alto rischio. È il pensiero di Olivier Kugler, illustratore e giornalista visuale, che insieme al collega Feurat Alani, spiega che cosa significa raccontare i conflitti e le zone ad alta tensione attraverso le illustrazioni. Il panel con titolo Drawn journalism: new storytelling in high-tension areas è stato mediato da Carolin Olliver, direttrice di ARTE Journal. “Sedersi davanti alla persona e interagirci è qualcosa di prezioso che l’IA non può sostituire, così come l’esperienza di recarsi sul posto.” – ha evidenziato Kugler. “Immagini e suoni suscitano emozioni e riescono a creare empatia, anche se i fatti e le situazioni sono estranei alla propria quotidianità” – continua Alani. Il giornalismo disegnato, che sia un reportage grafico, un documentario illustrato o fumetti, rende accessibili al grande pubblico le storie più delicate e complesse da raccontare. Dove la telecamera non può entrare, il disegno riesce ad aggirare la censura. Il risultato è un prodotto giornalistico di alta qualità, che rispetta i principi etici e tutela le sue fonti. Non solo, il disegno è capace di sdoganare il giornalismo e suscitare emozioni. I progetti di Olivier Kugler e Feurat Alani apportano al long journalism una forma di narrazione alternativa, anche se spesso non ne viene riconosciuto il valore e i finanziamenti sono difficili da trovare.

Nella ventesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, poi, debutta Off Programme, uno spazio dedicato a tutto quello che c’è dietro le quinte del Festival e dove poter interagire liberamente con i protagonisti della manifestazione davanti a una tazza di caffè o a un ottimo gelato. Off Programme è anche l’occasione per poter osservare all’opera i professionisti del festival come Tjeerd Royaards ed Emanuele Del Rosso, vignettisti di politica pluripremiati e disegnatori per alcuni dei più importanti giornali del mondo come Washington Post, CNN, the Guardian, Le Monde e altri ancora.

“Il tema dell’intelligenza artificiale ha inevitabilmente investito anche il nostro lavoro”, spiega Del Rosso. Dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella fase di progettazione della vignetta all’impiego dell’IA generativa per ottenere modelli su cui poter lavorare, gli utilizzi dell’intelligenza artificiale per facilitare il lavoro di un vignettista nel 2026 sono molti, come raccontano con esempi pratici i due disegnatori.

Il tema per il futuro, su cui si è discusso nel corso dell’incontro, è se il progressivo miglioramento di questi strumenti possa portare le testate a preferire l’intelligenza artificiale al lavoro manuale dell’uomo. Un qualcosa che Royaards teme possa mettere a rischio le carriere dei vignettisti del futuro ma che al momento non ha avuto ancora un reale impatto sul mondo delle vignette, dove le qualità e i dettagli del lavoro manuale rimangono ancora irraggiungibili per la tecnologia.