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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 24 aprile 2026

La visita del pontefice alla prigione della Guinea Equatoriale, nota per detenzioni arbitrarie e torture. Sotto una pioggia torrenziale che si è abbattuta su Bata nel tardo pomeriggio di mercoledì, più di seicento detenuti vestiti di arancione e verde oliva hanno accolto Papa Leone XIV cantando e ballando nel cortile della prigione. Capelli rasati, sandali di plastica ai piedi, alcuni con la mascherina sul volto. Sul palco allestito per l’occasione, tappeto rosso, bandiere vaticane e altoparlanti che diffondevano musica festosa. Le autorità guineane avevano ridipinto le pareti e messo in scena la migliore versione possibile di un luogo che i rapporti internazionali descrivono da anni come uno dei più duri e opachi del continente africano.

Era la prima volta, dall’elezione al soglio di Pietro nel maggio del 2025, che Robert Francis Prevost - Leone XIV - varcava la porta di un carcere. E l’ha fatto nel posto più difficile dell’intero viaggio apostolico africano: undici giorni tra Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, oltre 18.000 chilometri, ultima tappa in un paese che Papa Giovanni Paolo II aveva visitato l’ultima volta nel 1982. Leone è arrivato in Guinea Equatoriale con un mandato preciso: confermare nella fede una popolazione per oltre il 75 per cento cattolica, in un paese dove la Chiesa è rimasta quasi l’unico argine tra la gente e un potere che dura da 47 anni. Obiang governa dal 1979, è il capo di stato non monarca più longevo del mondo a 83 anni, e alle ultime elezioni del 2022 ha vinto con il 94,9 per cento dei voti. I suoi avversari politici finiscono in carcere, muoiono in detenzione, scompaiono. La produzione di idrocarburi vale quasi la metà del PIL del paese e oltre il 90 per cento delle esportazioni, eppure più della metà dei suoi due milioni di abitanti vive in povertà. Come ha notato Human Rights Watch, i proventi del petrolio finanziano lo stile di vita sfarzoso di una piccola élite intorno al presidente.

Nel discorso alle autorità il giorno precedente, Leone aveva già citato Francesco scomparso un anno prima: “Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e dell’inequità.” Aveva parlato di “colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari”, di “speculazione” che dimentica i diritti delle comunità locali. Un “discorso molto franco”, aveva commentato all’uscita un notabile del regime. Il giorno prima della visita al carcere, settanta organizzazioni per i diritti umani avevano scritto al pontefice chiedendogli di intervenire anche sulla questione dei migranti deportati dagli Stati Uniti in Guinea - almeno 29 persone senza alcun legame con il paese, secondo l’Associated Press - in base ad accordi tra il governo Obiang e l’amministrazione Trump.

La visita al carcere di Bata era il momento più atteso. Bata è la capitale economica del paese, la città più grande, affacciata sul Golfo di Guinea. Il carcere che la ospita è uno di quelli che Amnesty International, nel suo rapporto del 2021, aveva definito un luogo dove i detenuti sono “persone dimenticate”, spesso recluse dopo processi irregolari. “Dal momento in cui entrano tra quelle mura, non si hanno più notizie di loro, e i familiari non sanno se siano vivi o morti”. Il Dipartimento di Stato americano, in un rapporto del 2023, ha documentato casi di tortura, sovraffollamento estremo e condizioni igienico-sanitarie deplorevoli nelle prigioni guineane. Nello stesso periodo, Julio Obama Mifumu, un attivista per i diritti umani, è morto nel carcere di Oveng Asem dopo aver denunciato di essere stato torturato. Nessuno è mai stato processato.

Il ministro della Giustizia, qualche ora prima dell’arrivo del Papa, aveva descritto il carcere di Bata ai giornalisti come un modello di “diritti umani”: nessun sovraffollamento, reinserimento sociale, recupero. “Se leggete cose diverse sui social è perché siamo in un paese democratico dove ognuno può dire la sua opinione”. Fuori da quella conferenza stampa, la realtà documentata da ogni fonte esterna disponibile racconta un’altra storia. Leone è entrato sotto quella pioggia battente che non si è fermata per tutta la cerimonia, infradiciando uniformi e palco. Ha ascoltato le testimonianze dei detenuti prima di prendere la parola. “Grazie per la chiarezza e per averci mostrato che, anche nelle difficoltà, la dignità umana e la speranza non vanno mai perdute”, ha detto all’inizio, rivolgendosi direttamente a chi aveva parlato.

Poi ha detto quello che in quel paese non si dice ad alta voce. Ha parlato di condizioni “preoccupanti” nelle carceri, di detenuti spesso costretti a vivere in situazioni igienico-sanitarie allarmanti. Ha richiamato la giustizia riparativa con chiarezza: “Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male.” Poi: “Non c’è giustizia senza riconciliazione.” E ancora: “Si faccia di tutto perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità”. Ai detenuti ha aggiunto: “Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse”. Ha ringraziato anche il direttore, gli agenti e il cappellano, ma con una condizione esplicita: il loro servizio “è fondamentale quando coniuga sicurezza, rispetto e umanità”. Quella congiunzione - sicurezza, rispetto, umanità - nella prigione di Bata suonava come un programma ancora tutto da costruire.

Quando Leone ha lasciato il cortile scortato sotto la pioggia, i detenuti si sono sciolti dalle file e hanno gridato: “Libertad, libertad”. Un coro spontaneo che dice più di qualsiasi resoconto ufficiale su cosa sia davvero quel luogo, al di là del tappeto rosso e dei muri ridipinti. Un insegnante locale, che si è presentato solo come Ondo, ha commentato ai cronisti che dubita l’intervento del Papa possa cambiare un sistema giudiziario segnato da “mancanza di indipendenza” e magistrati condizionati dal potere. È la domanda che rimane sempre aperta dopo ogni visita papale in un paese autoritario. Ma il gesto ha un peso che va oltre le singole parole.

Papa Francesco aveva fatto delle carceri uno dei fili conduttori del suo intero pontificato. Solo quindici giorni dopo l’elezione, nel marzo del 2013, era andato a lavare i piedi a dodici giovani reclusi nel carcere minorile di Casal del Marmo. In dodici anni, aveva visitato sedici istituti penitenziari in Italia e all’estero. L’ultima uscita dal Vaticano, pochi giorni prima di morire, era stata al carcere romano di Regina Coeli. Il 26 dicembre 2024 aveva aperto una Porta Santa jubilare dentro Rebibbia: prima volta nella storia dei giubilei che veniva aperta non in una basilica ma in un penitenziario. “Perché loro e non io?” ripeteva Bergoglio ogni volta che varcava il cancello di un carcere.

Leone XIV ha raccolto quella tradizione nel posto meno comodo possibile. Non in un carcere europeo con le telecamere dei telegiornali e le associazioni di volontariato ad aspettarlo, ma nella prigione di Bata, in Guinea Equatoriale, davanti a uomini con i capelli rasati e i sandali di plastica che cantavano la libertà mentre lui se ne andava sotto la pioggia. Davanti a un carcere che il giorno prima era stato presentato come un modello di diritti umani, e che il giorno dopo tornerà a essere quello che era prima del tappeto rosso.