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di Marco Ventura


Il Messaggero, 12 dicembre 2019

 

La Turchia sarebbe pronta a inviare blindati per sostenere il governo di Al-Sarraj ma cerca di trovare un compromesso con la Russia. Lo Stato islamico tenta di ricostituirsi.

È guerra delle parole, per il momento, tra Bengasi e Ankara. Tra le forze del feldmaresciallo Khalifa Haftar, l'uomo forte della Cirenaica che punta a conquistare Tripoli e al dominio su tutta la Libia, e la Turchia di Erdogan che sostiene invece il governo tripolitano di unità nazionale di Al-Sarraj, il premier ufficialmente riconosciuto da Onu e Unione europea, sempre più fragile.

Parole che fanno seguito all'annuncio di Erdogan del possibile invio di truppe di terra per difendere Al-Sarraj dall'affondo militare del rivale Haftar, appoggiato militarmente da mercenari russi e armi emiratine, oltre che dal confinante Egitto impegnato in una campagna contro i gruppi regionali affiliati ai Fratelli musulmani (come le forze di Misurata). Sullo sfondo, il tentativo dello Stato islamico di ricostituirsi grazie al trampolino libico, trasformando il Paese in una nuova Siria, come denuncia in alcune centinaia di pagine e con dovizia di particolari un report degli esperti delle Nazioni Unite. All'attacco (verbale) Haftar.

Per bocca del suo portavoce militare Ahmed al-Mismari del sedicente esercito nazionale libico, avverte che non c'è più soluzione politica alla crisi libica ma soltanto militare: "Il tempo dei colloqui diplomatici è finito, ora è il tempo dei fucili". I turchi sarebbero pronti a inviare blindati in Libia come scudo per Al-Sarraj, con un ponte aereo verso lo scalo di Tripoli Mitiga, che riaprirà a linee libiche e regionali nelle prossime ore dopo gli attacchi da parte dell'aviazione di Haftar. Che conserva il dominio dell'aria.

"L'appoggio turco alle milizie di Tripoli - insiste al-Mismari - si è trasformato da segreto a dichiarato in quella che è una battaglia regionale, non soltanto locale". E il capo di Stato maggiore della Marina libica pro-Haftar, l'ammiraglio Farag El Mahdawi, dice di avere in tasca l'ordine del feldmaresciallo di "affondare qualsiasi nave turca si avvicini all'area". Dietro Haftar non ci sono solo Egitto e Emirati arabi uniti, ma anche la Russia di Putin e, in modo più silente da mesi per l'imbarazzo di avere assunto una posizione chiaramente non in linea con Bruxelles, la Francia di Macron. E dietro al-Sarraj, al contrario, dovrebbe esserci l'Italia che a Misurata ha pure un ospedale da campo e militari "di pace" sul terreno, e il Qatar che si oppone ai "fratelli" del Golfo sauditi e Eau.

A cercare di metter ordine e fissare un compromesso ci stanno pensando Erdogan e Putin, che ieri hanno avuto un colloquio telefonico in cui hanno parlato, fra l'altro, di Libia. L'Italia, che in Libia ha interessi strategici legati allo sfruttamento degli impianti energetici oltre che un legame storico che risale all'epoca coloniale, continua a lavorare per un compromesso insieme alla Germania che ha inaugurato un percorso negoziale attraverso il "processo di Berlino".

Ma sul campo a parlare sono i rapporti di forza e i patti tribali intrecciati con l'ingerenza di una decina di paesi, oltre che della "multinazionale" del terrore Isis (Isil in Libia). Con possibili conseguenze, per l'Italia, legate alla ripresa del traffico di migranti come effetto dell'instabilità del Paese. Allarma anche la presenza di gruppi armati di Ciad e Sudan, che si dividono tra Tripoli e Bengasi a seconda del "miglior offerente".

E il paradosso è che mentre il Paese è allo sbando, e la guerra prosegue seppure a piccole dosi, la Noc, Compagnia libica del petrolio, continua a stringere accordi, a incassare attraverso la Banca nazionale libica i proventi dei prodotti energetici, e a siglare intese. È il caso dell'acquisizione da parte della francese Total, del 16,33 per cento del giacimento petrolifero di Waha detenuto finora dalla Marathon Oil. Con la benedizione, appunto, della Noc pur teoricamente legata a Tripoli.