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di Roberto Saviano

Corriere della Sera, 17 giugno 2022

Centro di detenzione ad Ain Zara, in Libia. Uomini uno accanto all’altro, su giacigli improvvisati. Le persone anziane, le donne e i bambini sono altrove. Qui è morto, si è suicidato, Mohamed Mahmoud Abdel Aziz, aveva 19 anni.

Tutto ciò che viviamo e che ci circonda si nutre di complessità. Credere di riuscire con poche parole, pochi concetti, a spiegarci i drammi della vita è un’offesa alla sofferenza. E forse è un’offesa anche alla felicità, soprattutto alla sua ricerca costante cui tutti, con esiti diversi, tendiamo. È difficile, ma non impossibile, far comprendere a chi ha difficoltà a trovare lavoro e un posto in questa società, che la colpa non è di chi sta peggio, del più povero che vuole sottrarci quel che abbiamo. E, allo stesso tempo, dovremmo cercare di comprendere che non esiste un unico colpevole, la persona, o la categoria di persone, che ci hanno rovinato la vita. Ci sono storie da conoscere per avere coordinate. Ci sono nomi che, almeno una volta nella vita, dobbiamo leggere e ripetere ad alta voce per rendere onore a chi ha lottato per sé stesso e per la propria comunità, che poi è anche la nostra.

La foto che ho scelto questa settimana ritrae un centro di detenzione in Libia. Uomini uno accanto all’altro, su giacigli improvvisati. Le persone anziane, le donne e i bambini sono altrove. Nel centro di prigionia di Ain Zara è morto, si è suicidato, Mohamed Mahmoud Abdel Aziz, aveva 19 anni ed era nato in Darfur. Ricordo una puntata delle Iene di tanti anni fa in cui chiedevano ai politici cosa fosse il Darfur: con sorpresa apprendemmo che trattavasi di “uno stile di vita”. Erano gli anni il cui un Salvini sudaticcio bofonchiava qualcosa in risposta a chi fosse Al Baghdadi... “mio zio, mio cugino, un tifoso dell’Inter”. Incredibile per uno che ha fatto del disprezzo per lo straniero, anche di quegli stranieri che scappavano e scappano dalle atrocità dell’Isis, la sua bandiera. Mohamed Mahmoud Abdel Aziz si è impiccato a Tripoli. In quella Libia ritenuta troppo a lungo un porto sicuro, in quella Libia che l’Europa, capofila l’Italia, finanzia perché segni un confine invalicabile tra Africa e Italia. Quanti soldi dati a criminali, soldi che si sarebbero potuti investire per creare speranza e non disperazione.

Mohamed Mahmoud Abdel Aziz, a soli 19 anni, era già stato sfruttato, maltrattato, imbrogliato, ingiustamente detenuto e, nonostante questo, ha partecipato a un presidio davanti agli uffici dell’Unhcr. Pare assurdo a chi starà leggendo queste mie righe, ma spesso chi arriva in Libia capisce che l’unica vera speranza non è nemmeno più l’Europa, ma lasciare la Libia e tornare sui propri passi. Spesso è questa la richiesta avanzata all’Unhcr: il rimpatrio. Ma niente da fare: Mohamed Mahmoud Abdel Aziz, a soli 19 anni, decide che della vita, della sua vita, non ne può più.

E poi c’è Rahhal Amarri, per tutti Said: era un 42enne di origini marocchine che da quattordici anni aiutava i proprietari del Lido dei gabbiani a Castel Volturno. Said ha perso la vita, o meglio, ha dato la propria vita. Quando ha visto due bambini in difficoltà in mare, portati via dalla corrente, non ha esitato e si è tuffato, pur non sapendo nuotare. I bambini si sono salvati, non è stato così invece per lui, che - forse colto da malore - a riva non è mai tornato. È importante raccontare storie come quella di Said perché sono un antidoto alle sirene della destra sovranista e alla sua comunicazione urlata, alle condanne che arrivano nei 280 caratteri di un tweet. La storia di Said ci ricorda quale sia la quintessenza dell’agire umano: tende spesso all’errore ma è capace - talvolta - di gesti meravigliosi. Di un coraggio che ridà dignità a tutti.

A proposito di coraggio, stavolta nell’esprimere le proprie idee: mi viene in mente una notizia di qualche settimana fa, e mai smentita, secondo cui papa Francesco non avrebbe partecipato all’incontro finale fra vescovi e sindaci del Mediterraneo, che si è svolto lo scorso 27 febbraio a Firenze, per la presenza di Marco Minniti. Il Papa è stato tra i primi a esprimersi sui centri di detenzione in Libia, definendoli campi di concentramento e luoghi di tortura. Non se la sarebbe sentita di partecipare a un consesso in cui era presente anche chi, dopo Berlusconi e Gheddafi, aveva ripristinato un orrore che ha causato sofferenze e non ha risolto il dramma dell’attraversamento del Mediterraneo, legittimando, in Italia, la destra sovranista più becera e cialtrona. Coraggio è una parola su cui ho a lungo riflettuto. Avere coraggio non semplifica la vita, la complica. E molto. Ma la via del coraggio, ovunque porti, è l’unica che valga la pena percorrere.