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di Cristiana Mangani


Il Messaggero, 24 dicembre 2019

 

Quasi mezzo milione gli sfollati. Il ministro degli Esteri italiano riceve dal segretario di Stato l'appoggio Usa all'iniziativa diplomatica. L'America non molla l'Italia, né l'Europa, ma sulla Libia continua a voler rimanere "defilata". Non sembra sufficiente a convincerli la presenza dei contractors russi a fianco dell'esercito del generale Khalifa Haftar, anche se ammettono di essere preoccupati.

E soprattutto sembrano credere poco alla riuscita della Conferenza di Berlino, per la quale non è stata ancora fissata una data certa. Per questo tutte le mediazioni che l'Italia sta cercando di mettere in campo sono ben accette. Ieri il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che sta giocando una grossa partita personale sulla Libia, ha parlato al telefono con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, dal quale avrebbe ricevuto pieno appoggio per la trattativa diplomatica in corso.

Così come avrebbe dato l'ok alla missione Ue che dovrebbe già partire con l'inizio dell'anno. Il responsabile della Farnesina ha intenzione di recarsi in Turchia nei prossimi giorni, forte dei rapporti di amicizia che hanno sempre legato l'Italia a quel paese. In questo scenario, Fayez al Serraj, capo del governo riconosciuto dall'Onu, e il suo nemico Khalifa Haftar, provano a giocare una partita tutta personale.

Perché, se l'idea di una espansione turca in Tripolitania sembra accettata dal presidente, non è vista bene da tutte le parti in causa. E Haftar, dal canto suo, vorrebbe evitare di essere completamente fagocitato dai russi, e ieri ha annunciato che andrà presto in Grecia, dopo che nei giorni scorsi il ministro degli Esteri Nikos Dendias (da sempre vicino a Serraj) si è recato a Bengasi, in polemica con la firma del memorandum tra Tripoli e Ankara.

All'Italia resta il compito non facile di riportare in primo piano i partner europei, in vista di quella Conferenza di Berlino alla quale credono in pochi. Aspettando, invece, con maggiore interesse il bilaterale tra Recep Tayyip Erdogan e Vladimir Putin previsto per 1'8 gennaio. Intanto ieri il portavoce della presidenza turca, Ibrahim Kalin ha parlato al telefono con il consigliere per la Sicurezza Nazionale Usa, Robert O'Brien, al quale avrebbe assicurato che la Turchia continuerà a lavorare per la "sicurezza e la stabilità nella Libia", ma anche a "difendere i suoi diritti nel Mediterraneo orientale".

C'è poi il ruolo che sta provando a giocare la Tunisia: esclusa dalla Conferenza di Berlino, sta preparando una iniziativa autonoma. L'idea è di organizzare un consesso sulla crisi in cui vengano coinvolti i protagonisti "minori", che potrebbero avere maggiori chances di esercitare un pressing incisivo su Sarraj e Haftar. Ieri, poi, l'Onu ha lanciato un allarme per la situazione nel paese: "Siamo preoccupati per il deterioramento dei diritti umani in Libia.

"Nel 2019, il nostro ufficio insieme alla missione di sostegno delle Nazioni Unite (Unsmil) - ha dichiarato l'Alto Commissario per i diritti umani (Ohchr), Rupert Colville - ha documentato almeno 284 morti civili e 363 feriti a seguito del conflitto armato, con un aumento di oltre un quarto del numero di vittime registrato nello stesso periodo dell'anno scorso.

Abbiamo serie preoccupazioni sull'impatto che il conflitto sta avendo su aree densamente popolate come Abu Salim e Al Hadba, dove altri 100.000 civili rischiano di essere sfollati, oltre ai 343.000 che hanno già lasciato le loro case".