di Mario Di Vito
Il Manifesto, 9 novembre 2025
I lavori per collegare Maghreb e Levante e la sconfitta della Rada. La tregua è instabile, ma serve a mandare avanti gli affari in Libia. I rapporti tra la milizia del generale e i servizi segreti di Roma: “una collaborazione molto proficua in materia di contrasto ad attività criminose di vario genere”. L’Italia ha duemila chilometri di ottimi motivi per non litigare con la Libia. Sono quelli della mitica “Autostrada dell’amicizia” che collegherà il Maghreb al Levante, progetto nato nel 2008 quando a Tripoli c’era Gheddafi e a Roma Berlusconi, tornato di gran moda negli ultimi giorni, con il sottosegretario agli esteri Giorgio Silli che due giorni fa è andato dall’altra parte del Mediterraneo per celebrare la firma del contratto per la realizzazione del sub lotto 4.3. L’opera vale qualcosa come 700 milioni di euro e la parte italiana della costruzione è stata affidata all’azienda Todini Costruzioni Generali Spa.
Il problema di ordine generale, però, è che questa autostrada collegherà la zona della Libia controllata dal generale Haftar a quella che fa capo al premier Dbeibah. E per andare avanti coi lavori ci sarebbe l’essenziale bisogno di cessare le ostilità, o quantomeno ridurle al minimo. In questo contesto si inserisce la caduta in disgrazia del generale Osama Almasri, arrestato mercoledì su mandato del procuratore generale di Tripoli per le accuse di tortura e omicidio. Negli ultimi mesi, la capitale libica è stata scossa da violenti scontri tra le varie milizie e la Rada - a cui appartiene Almasri - è stata sostanzialmente sconfitta, tanto che proprio Dbeibah ha trionfalmente annunciato che le forze del governo hanno ormai il totale controllo del territorio. Non è stata una cosa facile: tra omicidi eccellenti come quella del capo della Rada Abdelghani al-Kikli, misteriose gambizzazioni (il ministro Adel Juma, che poi è venuto a curarsi a Roma in una clinica privata), scorribande e attentati, regna ancora molta incertezza e gli analisti faticano a capire quali siano di preciso le gerarchie attuali.
Persino l’Aise, spiega al manifesto una fonte, si trova in mezzo al guado. Il servizio segreto esterno italiano ha sempre fatto grande affidamento sulla Rada, e adesso si trova costretto a cercare nuovi interlocutori. L’importanza di questa milizia la illustrò senza troppi giri di parole il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli quando venne ascoltato dal tribunale dei ministri nell’ambito delle indagini sulla liberazione e il rimpatrio di Almasri del 21 gennaio scorso. Il prefetto parlò dell’esistenza di una “collaborazione molto proficua con la Rada in materia di contrasto ad attività criminose di vario genere, con particolare riferimento a quelle legate ai traffici di esseri umani, oli combustibili, stupefacenti e attività terroristiche”. La milizia, inoltre, collaborò “nell’individuazione di un latitante”.
L’affaire Almasri, e il silenzio del ministero della giustizia che non rispose alle sollecitazioni della Corte d’appello di Roma obbligandola a non convalidare il fermo, non deriva dal fatto c’era un mandato d’arresto libico nei suoi confronti, ma trova le sue basi in un documento d’intelligence classificato “segreto” con cui Caravelli aveva informato il governo che c’era una “certa agitazione che stava montando a seguito del fermo del generale”. Di questo clima pesante il direttore dell’Aise era venuto a conoscenza tra il 19 e il 20 gennaio grazie a “fonti di Tripoli” e alla stessa Rada. Il 19 era il giorno dell’arresto a Torino da parte della digos su mandato della Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
Il 20 invece era il giorno in cui ancora Caravelli ha informato il governo di aver ricevuto “da Tripoli, in anticipazione, ma che era stata appena trasmessa all’ambasciata libica a Roma, una richiesta di estradizione elaborata e firmata dal procuratore generale Alsaddiq Ahmed Abour” che rivendicava la possibilità di “perseguire in Libia il generale Almasri”. Il 29 gennaio, poi, il procuratore e Caravelli si rividero un’altra volta e il primo disse che se “l’indagine avesse configurato una serie di reati, avrebbe proceduto all’arresto”. Da lì in poi però dell’inchiesta libica non si è saputo più nulla, il generale ha fatto ritorno a casa da uomo libero ed è rimasto a gestire la prigione di Mitiga fino a quattro giorni fa. E comunque, in definitiva, Almasri dall’Italia è stato espulso, non estradato.
È soprattutto per questo che non regge la velina del governo sul fatto che il mandato d’arresto libico sia stato decisivo nel decidere cosa fare. I veri motivi, per il resto, li ha squadernati sempre Caravelli al tribunale dei ministri: c’era uno “scenario prognostico” di “implicazioni che tale arresto poteva avere sulla sicurezza dei cittadini italiani e degli interessi economici dell’Italia in Libia”. Quali potevano essere queste ritorsioni? Il prefetto, citando il precedente di Cecilia Sala in Iran, disse che la Rada, gestendo l’attività di polizia giudiziaria, avrebbe potuto effettuare fermi di cittadini italiani, o magari perquisizioni degli uffici dell’Eni a Mellitah, dove cogestisce uno stabilimento con la National Oil libica.
Questi erano i guai che sarebbero arrivati se non fosse stato liberato Almasri. E, sempre secondo Caravelli, non c’era alcuna possibilità di percorrere “soluzioni alternative”, perché un eventuale rimpatrio degli italiani avrebbe richiesto tempi troppo lunghi. Eppure, nota il tribunale dei ministri, “è fatto notorio che, quando sono scoppiati i disordini in Libia nella metà del mese dì maggio del 2025, sono stati fatti evacuare nel giro di poche ore almeno un centinaio di cittadini italiani presenti nell’area”.











