di Riccardo Noury
Il Domani, 26 settembre 2020
In Libia decine di rifugiati e migranti sono intrappolati in un circolo vizioso di crudeltà, senza un modo legale e sicuro per uscirne fuori: dopo indescrivibili sofferenze, rischiano la vita in mare cercando salvezza in Europa solo per essere intercettate, riportate nel luogo di partenza e sottoposte alle medesime violenze da cui avevano cercato di mettersi al riparo. Amnesty International denuncia tutto questo nel rapporto "Tra la vita e la morte", pubblicato il giorno dopo l'annuncio, da parte della Commissione europea, del nuovo patto su migrazione e asilo, che propone una ancor più stretta cooperazione con gli stati esterni all'Ue per controllare i flussi migratori.
Il rapporto contiene resoconti terribili di rifugiati e migranti che hanno subito o assistito a torture, sparizioni forzate, stupri, detenzioni arbitrarie, lavori forzati, sfruttamento e uccisioni da parte di attori statali e non statali in un clima di pressoché totale impunità. Dal 2016, con l'Italia in prima fila, gli stati membri dell'Ue collaborano con le autorità libiche fornendo loro imbarcazioni veloci, formazione e assistenza nel coordinamento delle operazioni in mare, per assicurarsi che le persone che intraprendono il viaggio nel Mediterraneo siano intercettate e riportate in Libia, aggirando così il divieto internazionale di respingimento.
Durante questo periodo, la guardia costiera libica sostenuta dall'Ue ha intercettato in mare e riportato in Libia circa 60mila uomini, donne e bambini, 8.435 dei quali solo dal primo gennaio al 14 settembre 2020. Al ritorno in Libia, i rifugiati e i migranti sono portati nei centri di detenzione ufficiali diretti dalla Direzione per il contrasto all'immigrazione illegale, che dipende dal ministero dell'Interno del governo di accordo nazionale (Gna), riconosciuto dall'Onu, che controlla la Libia occidentale. Migliaia di altri sono stati sottoposti a sparizione forzata dopo che erano stati portati in centri non ufficiali di detenzione, come la Fabbrica del tabacco, controllati da una milizia tripolina affiliata al Gna e comandata da Emad al-Trabulsi.
Decine di rifugiati e migranti hanno riferito ad Amnesty di aver assistito alla morte dei loro cari nei centri di detenzione. Chi è ancora a piede libero rischia non solo di essere arrestato e portato in questi centri, ma anche di essere rapito da milizie, gruppi armati e trafficanti. In alcuni casi viene torturato e stuprato finché la sua famiglia non ha pagato un riscatto. Altri muoiono nelle mani dei loro rapitori a causa di violenza, tortura, fame o diniego di cure mediche.
Altri ancora sono costretti a partecipare a operazioni militari. Molti di loro vivono in alloggi squallidi: l'assenza di misure preventive di igiene e l'impossibilità di rispettare il distanziamento fisico aumentano i rischi di contrarre il Covid-19. Gran parte di loro ha difficoltà ad accedere alle cure ed è esclusa dai provvedimenti ufficiali di contrasto alla pandemia.
A fronte di questa situazione orribile, gli attuali programmi di evacuazione e reinsediamento non bastano ad assicurare un'uscita legale e sicura dalla Libia. All'il settembre 2020, solo 5.709 rifugiati in condizione di vulnerabilità avevano beneficiato di questi programmi.
*Portavoce di Amnesty International Italia










